sabato 31 luglio 2010

LA FINE DEL SISTEMA BERLUSCONI!

Non stiamo assistendo al tramonto di un Governo, ma alla vera e propria fine di un sistema, quello incarnato da Berlusconi e dalla sua potente cricca massonica che in Italia ha dominato la scena per decenni. E' stato sufficiente gettare luce su questo sistema di potere per ridurlo a ciò che è in questo momento; un gruppo di signori ricchi e potenti che cercano di addossare le colpe ai propri confratelli. La forza che li proteggeva era l'ombra e oggi che sono sulle pagine di tutti i giornali, subentra la paura e si entra nella sindrome del "si salvi chi può". Hanno fatto affari, hanno deviato il corso della giustizia, hanno riciclato i denari di mafie potentissime e forse hanno fatto anche peggio, ma rimarranno alla storia come dei volgari traditori dell' Italia. Fini non appartiene alla stessa loggia, ma è da tempo legato alla struttura statale di Israele; una struttura dalla quale riceve disposizione e secondo la cui politica il presidente della Camera agisce. E da parte sua parlare di pulizia non può che farci ridere. L' inchiesta sulla Sanita del Lazio, che vede coinvolta l' ex moglie, il fratello ed il suo uomo di fiducia, è ancora li stranamente ferma ma grida vendetta per la straordinaria tranquillità con la quale questi personaggi hanno lucrato sul sistema Sanità per anni. Il fratello Massimo è oggi direttore del Consiglio scientifico dell' Impero Angelucci vero potere forte della Sanità he si è visto sequestrare due masi fa dalla Corte dei Conti 6 cliniche per un ammanco di 134 miloni di euro. Fini non rappresenta il nuovo ma l' essenza del tradimento, prima ideologico, poi morale ed oggi personale verso il suo sdoganatore Berlusconi. Che l' agonia duri giorni o mesi è difficile saperlo, ma noi siamo certi che questo sistema sia moribondo e nessuno, neanche la Lega si salverà. Forza Nuova chiama all' appello i suoi dirigenti, la sua militanza e tutti gli italiani perchè si preparano a momenti difficili e decisivi e non si rassegnino al clima di corruzione e di basso impero.

All' orizzonte un paese servo e corrotto o una Patria Libera e Forte .

On Roberto Fiore

domenica 25 luglio 2010

MAFIA E DROGA D'ESPORTAZIONE!
LA DROGA E' SERVITA IN ITALIA A PIEGARE LO SPIRITO E L'ORGOGLIO NAZIONALE. LA MAFIA FU LA PRIMA ORGANIZZAZIONE CRIMINALE CHE DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE INVESTI' NELLO SPORCO AFFARE DELLA DROGA! LUCKY LUCIANO, IL PIU' POTENTE DEI BOSS, SBARCATO ASSIEME AGLI AMERICANI IN SICILIA, FU IL PIU' ATTIVO IN QUESTO NUOVO (PE...R L'EPOCA) COMMERCIO INFAME, MA CONGENIALE AL NUOVO DOMINIO AMERCANO IMPOSTO ALLA COLONIA ITALIA! BISOGNAVA PIEGARE LA GIOVENTU'...............

martedì 13 aprile 2010

Il governo Badoglio fu un governo legittimo?
Fu il seme dell’attuale sistema? di Filippo Giannini

Poco tempo fa un giovane mi chiese come mai a distanza di tanti decenni l’argomento Benito Mussolini sia ancora tanto atteso e attuale. Io risposi che quando la Storia è falsata o disconosciuta, questa automaticamente si vendica, facendo diventare presenti avvenimenti ormai, apparentemente obsoleti. È la Verità che bussa, sovente alla porta. Qualche volta essa riesce anche ad aprirla.

Dopo questa brevissima premessa, mi si potrebbe obiettare: perché indagare sul fatto della legittimità del Governo Badoglio, avvenuto quasi settant’anni fa? Perché, rispondo, quel fatto è il basamento sul quale è stato costruito l’attuale sistema nel quale viviamo ed esplorarlo può fornirci una risposta su tante considerazioni. Risposte sempre amare.

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L’argomento sulla legittimità del Governo Badoglio fu da me trattato in altre occasioni. Ma desidero riproporlo per tre motivi, il primo perché ho ricevuto un Comunicato Stampa da parte dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, Associazione dalla quale, pur prendendo le dovute distanze per le finalità alle quali era soggetta, tuttavia debbo riconoscere che erano soldati, che indossavano una divisa, quindi erano legittimi combattenti, al contrario dei loro cugini, i partigiani; il secondo perché, quale studioso di storia, considero il Governo Badoglio il seme di quelli che seguirono, e questo sino ai governi di oggi, e da questo studio cercare di comprendere i motivi di tanta differenza nell’amministrare la cosa pubblica ; il terzo: data l’importanza storica della materia, l’impegno che avevo preso di trattare questo tema, a chiusura di un mio precedente articolo.

Ciò premesso, e prima di entrare in argomento, è bene chiedersi se il Governo di Mussolini nel Ventennio fu un Governo legittimo.

Riconosco di non essere un esperto in materia di leggi, quindi mi avvarrò delle opinioni di personaggi che della materia sono autorevoli competenti.

Una corretta analisi di come il Fascismo salì al potere, la si trova nella relazione di Vincenzo Arangio Ruiz, Ministro di Grazia e Giustizia nel secondo Governo Badoglio, relazione presentata nella seduta del Consiglio dei Ministri del 4 maggio 1944 (quindi in piena campagna epurativa) nel tentativo, sostenuto anche da Benedetto Croce, di opporsi alla mostruosità giuridica delle leggi penali retroattive, concepite dal suo predecessore, l’avvocato Ettore Casati, primo Presidente della Corte di Cassazione. Con la sua consueta chiarezza del pensiero giuridico, Arangio Ruiz osserva: (Aldo Pezzana, Gli uomini del Re).

Possiamo sostenere la stessa validità giuridica per il Governo Badoglio? Possiamo sostenere che un Governo nato da un “Colpo di Stato” possa godere di piena legittimità? Vediamo i titoli di regolarità e legittimità. 4 marzo 1818, Carlo Alberto promulgava lo Statuto. Da quella data sino al 25 luglio 1943 la Costituzione italiana si era andata lentamente modificando: per quasi un secolo le leggi venivano tutte regolarmente approvate dal Parlamento e sanzionate dal Re. Esattamente come lo Statuto albertino prevedeva. Fra le varie leggi che più ci interessano citiamo le seguenti: quella del 24 novembre 1922, con la quale Mussolini ottenne dalla Camera, a larghissima maggioranza, i pieni poteri – nonostante che i deputati fascisti fossero solo 35 – ; la così detta legge Acerbo, n° 1933 del 2 settembre 1928; le leggi che istituivano nuovi organi istituzionali, quali il Gran Consiglio del Fascismo, il Consiglio Nazionali delle Corporazioni, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che sostituiva la vecchia Camera dei Deputati. Tutte leggi regolarmente approvate dal Parlamento e convalidate dal Sovrano. Il 25 luglio 1943 fu posto in atto un vero colpo di Stato. Esiste in materia una così ampia letteratura che non è possibile proporla completamente ma, per chiarezza riesaminiamo le argomentazioni più probanti.

Il 24 luglio 1943 si riunì il Gran Consiglio del Fascismo. Il giorno seguente il Re fece arrestare il suo Primo Ministro a Villa Savoia. Alle 22,45 la radio trasmise il comunicato: .

Le prime domande:

a)Mussolini si presentò al Sovrano con l’intento di rassegnare le dimissioni?

b)La nomina di Badoglio a Capo del Governo seguì le norme costituzionali allora vigenti?

c)La legge del 1925 (approvata dal Parlamento e ratificata dal Re), in forza della quale Mussolini restava in carica sino a che avesse goduto della fiducia del Re (anziché del Parlamento), giustifica l’atto del 25 luglio?

Vediamo di analizzare le domande e arrivare a delle conclusioni:

La prima (a): da Storia della Repubblica di Salò di Deakin, pag 451 e seguenti: scrisse più tardi Mussolini .

Anche Duilio Susmel, “I Dieci Mesi terribili”, pagg.356/357, scrive: <(Parla Mussolini con Scorza). Fra mezz’ora sarò dal Sovrano. L’udienza sarà forse un po’ più lunga del consueto. Calcolo di essere libero fra le diciotto e le diciotto e trenta. Vi chiamerò subito. Il Maresciallo Graziani è a Roma o fuori? “È in città, Duce”. Desidere vedere oggi stesso il Maresciallo Graziani. Verrete a Palazzo Venezia con lui (…)>.

Da questa testimonianza risulta evidente che Mussolini non avesse alcun intenzione di rassegnare le dimissioni, viste le disposizioni che aveva appena impartite. Il Re fece catturare il Primo Ministro sulla soglia della Villa, mentre usciva da una udienza, violando palesemente, oltre l’elementare dovere di ospitalità, lo Statuto stesso che, nell’articolo 45 sanciva che nessun deputato in carica (e quindi, a maggior ragione, neanche il Capo del Governo) poteva essere arrestato fuori del caso di flagrante delitto, senza previo consenso delle Camere. Questa non fu che la prima di una lunga serie di violazioni – non meno gravi, come avremo modo di riportare – commesse da Vittorio Emanuele III, che pur era sempre stato molto osservante delle formalità e dello Statuto.

La seconda (b): Il Re nominò Badoglio Capo del Governo seguendo le norme costituzionali vigenti? È accettato da costituzionalisti e personalità di legge, che il Re si assunse la responsabilità di compiere un colpo di Stato, frutto di una congiura di palazzo. È noto che nelle precedenti sedute del Gran Consiglio mai si giunse a votazione sui vari argomenti esaminati. Nella seduta della notte fra il 24 e il 25 luglio dai congiurati fu pretesa la votazione sui diversi Ordini del Giorno. È noto, altresì, che quello presentato da Dino Grandi ottenne la maggioranza. Cosa era e cosa regolamentava il Gran Consiglio del Fascismo, organo che aveva posto in minoranza il Duce?

La legge 9 dicembre 1928, n° 2693, Ordinamento e attribuzioni del Gran Consiglio del fascismo, l’articolo 13 attestava: .

Anche se non si faceva obbligo al Re di attenersi alla lista presentata dal Gran Consiglio, tuttavia la legge imponeva al Sovrano l’obbligo di esigerla e consultarla prima di procedere alla designazione del successore.

Il Re venne meno anche a questo dovere costituzionale. Quindi si verificò che, se da una parte il Sovrano si era servito, come risolutiva, di una votazione del Gran Consiglio (che, ripetiamo, era un Organo consultivo senza alcun potere deliberante) e se ne avvalse per esautorare dalle sue funzioni il proprio Primo Ministro, dall’altra parte non si rivolse al Gran Consiglio per ricevere la lista come invece la legge imponeva.

Attilio Tamaro in Due Anni di Storia (1943-1945) 1° Volume, pag. 44, scrive: . Tamaro così continua: <(…). Il Re avrebbe dovuto ricordare la legge che faceva di quello un supremo organo consulente della Corona stessa nella formazione del governo. Il che rimase completamente obliato e il voto granconsigliare venne sfruttato solo come apparente giustificazione per l’esecuzione di una congiura che si sarebbe realizzata anche senza di esso e in forma più violenta e forse sanguinosa>. Quindi sin qui risulterebbe che il Sovrano avrebbe agito contra jus, determinando, senza dubbio, l’operazione del colpo di Stato. Dello stesso parere sono i seguenti luminari del Diritto: Primo Augenti, Giorgio Mastino del Rio. Francesco Carnelutti. Ivanoe Bonomi, ex Presidente del Consiglio del Re, primo capo del Cln, da studioso e da giurista, definisce quanto avvenuto il 25 luglio 1943 (ricordiamo che lui stesso fu attivo artefice), un colpo di Stato. Infatti nel suo Diario afferma: .

Ancora: è stabilito che nessuna legge o decreto ha validità se non viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Ebbene, su nessuna Gazzetta Ufficiale risultano né il decreto di revoca a Benito Mussolini, né quello di nomina a Primo Ministro di Pietro Badoglio; né appare alcun elenco di Ministri come, invece, il Regio Decreto 26 luglio 1943 aveva indicato.

Interessante quanto riporta StoriaVerità n° 7, pag. 6 a firma di Elio Lodolini: .

Con Regio Decreto n° 705 del 2 agosto 1943 fu soppressa la Camera e, di conseguenza, fu resa nulla anche l’attività del Senato. Con R.D. n° 706 fu soppresso il Gran Consiglio del Fascismo e con R.D. n° 721 del 9 agosto furono soppressi il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, il Comitato Corporativo Centrale e le Corporazioni. Con ciò fu resa vana la possibilità di una pur possibile tardiva regolarizzazione dei Decreti stabiliti dal 25 luglio a questa data, tanto più che, come prevedeva l’articolo 9 dello Statuto del Re, dichiarando conclusa la XXX Legislatura e sciolte le Camere, si sarebbe dovuto provvedere entro quattro mesi alla elezione di una nuova Camera dei deputati. Essendo venuto a mancare anche questo provvedimento, viene a rafforzarsi la tesi del colpo di Stato e, di conseguenza, l’illegittimità del governo Badoglio.

Per aumentare ancor più la confusione e rendere ogni Decreto, se non risibile, almeno inefficiente, i R.D. Legge, sopra indicati, risultano: a) illegittimi. Infatti essendo leggi costituzionali, per apportarvi qualsiasi variante era necessario l’intervento della Camera, del Senato e del Gran Consiglio; b) nei suddetti Decreti legge, incluso quello riguardante la soppressione della Camera, era esplicitamente indicato: . Ma quali Assemblee, se queste, proprio per Decreto erano state sciolte? c) Il Re si avvalse della legge del 1925 per ritirare la propria fiducia al capo del Governo. Ma vennero a mancare tutte le procedure costituzionali necessarie, come è stato ampiamente dimostrato nei punti a) e b). In altre parole, anche accettando le attribuzioni che la legge del 1925 conferiva al Sovrano, questa legge non lo dispensava dall’eseguire tutti gli atti indispensabili per rendere il passaggio dei poteri legittimamente e costituzionalmente valido.

E per concludere: da nessun documento si evince, in forma ufficiale, la revoca della fiducia al capo del Governo allora legittimamente in carica.

Da quanto sopra risulta chiara la confusione esistente nei principi e nelle enunciazioni. Infatti per attenersi alla Costituzione il Sovrano avrebbe dovuto convocare, non sciogliere le Camere dei Fasci e delle Corporazioni e il Senato; ma, essendo i componenti di questi, per la maggior parte nominati dal Fascismo, ben difficilmente avrebbero assecondato il disegno del colpo di Stato, o comunque il varo di leggi tendenti alla demolizione dello Stato fascista.

Tutto ciò, con le sue illegalità, menzogne, illegittimità, fu il prologo necessario per affondare la Nazione nella più vergognosa operazione che la storia ricordi: era il prologo necessario per la resa senza condizioni come sarà annunciata l’8 settembre 1943.

Ma questo è un altro discorso. E allora, o italiani, da tutto ciò cosa vi sareste aspettati…?

venerdì 11 dicembre 2009

mercoledì 18 novembre 2009

GIOVANNA CANZANO INTERVISTA STEFANO FABEI

16 novembre 2009 Fascismo, Nazionalsocialismo, gli Arabi e l’Islam …“L’Italia fu il primo Stato europeo ad appoggiare la resistenza palestinese contro la potenza mandataria, cioè la Gran Bretagna, e contro i sionisti e il loro progetto di insediamento in Terrasanta. Tra il settembre del 1936 e il giugno del 1938 l’Italia versò al Gran Mufti, che guidava la rivolta contro le forze militari inglesi e contro l’immigrazione ebraica, circa 138.000 sterline, circa 10.000.000 di euro attuali. Tale contributo fu voluto dal Duce in ragione della posizione assunta dall’Italia nei confronti del nazionalismo arabo…” (Stefano Fabei)

CANZANO 1- La politica filo-araba del fascismo aveva un fine prettamente idealistico o politico-ideologico o sottintendeva anche a un discorso territoriale? FABEI- Nei primi otto anni di potere Mussolini non portò avanti un’autonoma politica araba per diverse ragioni: la politica estera italiana aveva come punto di riferimento quella inglese e dall'andamento dei rapporti con la Gran Bretagna dipendeva l’atteggiamento di Roma verso gli arabi; inoltre gli impulsi a una politica estera rivoluzionaria, verso questa parte del mondo, sostenuta dai fascisti più dinamici, erano soffocati dall’influenza esercitata sul regime da nazionalisti e cattolici conservatori. Nella seconda metà degli anni Venti il Duce, per quanto riguarda il vicino Oriente, tentò di creare un contrappeso alla posizione storica di predominio dell'Inghilterra e della Francia e assumere in qualche modo la loro eredità mediante l’influenza culturale, economica e politica italiana in Siria, in Palestina, in Egitto e sul Mar Rosso. Per questo obiettivo si schierò al fianco degli arabi, che però scarsamente ricambiavano le simpatie di Roma, dato che era in corso la riconquista della Libia, colonia che, secondo gli italiani, doveva essere allargata a ovest con la Tunisia, ritenuta importante dal punto di vista strategico. L’area su cui l’Italia mirava a esercitare il controllo comprendeva la penisola araba, l'Iraq, la Siria, la Palestina, l'Egitto, il Maghreb e la costa orientale africana fino al Tanganica, tutti Paesi alla ricerca dell’indipendenza. I movimenti anticolonialisti in lotta contro la Francia e l'Inghilterra non arrivavano, allora, ad azioni unitarie di vaste proporzioni: la rivoluzione del Partito Wafd in Egitto (1919-1920), il movimento Destour in Tunisia (1922-1929), o anche i fermenti antisionistici in Palestina (1922-1929), permettono di concludere che le intenzioni italiane potevano realizzarsi solo contro la resistenza araba e franco-britannica. Fu dall’inizio degli anni Trenta che la politica araba del regime cominciò a caratterizzarsi in senso più autonomo. L'Italia tendeva adesso a presentarsi come «ponte» tra Oriente e Occidente e a diventare un punto di riferimento per le nazioni islamiche. Tra il 1930 e il 1936 Roma cercò di accentuare l’azione culturale ed economica in Medio Oriente e nell'area arabo-islamica in generale. Senza dubbio un'iniziativa tendente ad accentuare tale programma fu l'inizio a Bari della Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei Gruppi universitari fascisti, i GUF, due convegni degli studenti asiatici, e Radio Bari iniziò le sue trasmissioni in lingua araba nel maggio del 1934. Le linee direttive della politica araba italiana emersero il 18 marzo di quell’anno dal discorso che il Duce pronunciò all'assemblea quinquennale del regime in cui disse che di tutte le potenze occidentali la più vicina all'Africa e all'Asia era l'Italia, chiarendo di non pensare a conquiste territoriali, ma a una politica di collaborazione con le nazioni arabe. Il Mediterraneo doveva riprendere la sua funzione storica di collegamento fra l'Est e l’Ovest. In tale contesto sono da inserirsi la creazione, nel giugno 1935, dell'Agenzia d'Egitto e d'Oriente con sede al Cairo, come di altre istituzioni come l'Istituto per l'Oriente e l'Istituto orientale di Napoli, centri di attività culturale, ma anche politica. CANZANO 2- Quali sono state le principali differenze tra la politica araba del fascismo e del nazionalsocialismo? FABEI - Al contrario dell'Italia, il Terzo Reich aveva, nei Paesi arabi, obiettivi solo economici. Dopo la sconfitta del 1918, la Germania aveva perso le sue poche colonie e con esse gran parte dei mercati interessanti il commercio tedesco. A quest’ultimo, almeno per quanto riguarda i rapporti coi Paesi dell'Oriente, aveva poi assestato un altro duro colpo la crisi del 1929. La Repubblica di Weimar non rinunciò a recuperare le colonie strappatele a Versailles, ma la Società delle Nazioni si rifiutò di procedere alla loro restituzione come «mandati». La propaganda contro «la menzogna della colpa coloniale» e la richiesta di terre per l'emigrazione e di mercati, fu condotta da vari gruppi e organi di stampa, ma questo problema, nella politica estera weimariana, ebbe una parte poco rilevante. Fino al Terzo Reich le discussioni rimasero sul terreno accademico. Hitler, nel Mein Kampf, aveva fatto da tempo i conti con la politica estera guglielmina e messo da parte qualsiasi possibilità di espansione extraeuropea per orientarsi verso l'Est europeo, in cui, secondo lui, stava il Lebensraum, lo spazio vitale necessario al popolo tedesco. A parte le non sempre chiare prese di posizione ideologiche contro il colonialismo esposte nella sua opera, Hitler, negli anni del potere, si disinteressò quasi sempre alle colonie. Qualche volta furono usate come strumento di pressione sull'Inghilterra e le altre potenze occidentali, ma la sfida tedesca rimase più che altro un intermezzo diplomatico e non si trasformò in un vero pericolo per il predominio coloniale europeo. L'atteggiamento tedesco non fu neppure propriamente anticolonialista. Dal 1935 in poi il Reich iniziò a importare dai Paesi orientali, in quantità sempre maggiori, rame, nichel, tungsteno, cromo, prodotti agricoli e a esportare in essi prodotti farmaceutici, chimici, articoli elettrotecnici, generi di chincaglieria, mezzi di trasporto e impianti ferroviari, nonché attrezzature industriali e, in misura crescente, materiali bellici. Ciò contribuì ad aumentare la stima per la Germania e il disprezzo per Francia e Gran Bretagna. Fin dal 1934 poi la Germania svolse in Siria, in Palestina, in Iraq e in Libano, un'intensa opera di propaganda attraverso l'Ufficio di politica estera, diretto da Alfred Rosemberg. I nazionalsocialisti miravano a eccitare l'elemento arabo contro gli ebrei e contro la Francia e l'Inghilterra, e a preparare la rivolta del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale nell'eventualità di una guerra europea. Nel 1937, Baldur von Schirach, il capo della Gioventù hitleriana, con altri rappresentanti del suo governo, visitò Iran, Iraq, Siria e Turchia, suscitando ovunque consensi. La recente riapertura di legazioni, consolati, scuole e istituti del Reich nel Vicino Oriente era ben vista perché la Germania aveva lasciato un buon ricordo della sua collaborazione con la Turchia durante la Prima guerra mondiale. La condotta dei suoi ufficiali e soldati nei Paesi arabi era stata ottima; non avevano mai commesso spoliazioni e usurpazioni, pagando tutto quello che occorreva loro. Insomma erano stati modelli d'onore militare, e anche dopo i loro tentativi di penetrazione si erano limitati alla cultura e al commercio. Nessuna mira espansionistica in Africa settentrionale o nel Vicino Oriente… CANZANO 3- Nei suoi studi sulla politica mediorientale del fascismo, si è mai chiesto quale situazione si sarebbe venuta a creare qualora l'Asse avesse vinto la guerra e tanto le mire italiane quanto quelle tedesche si fossero concentrate in una ridefinizione di quella parte del mondo rispondente ai propri interessi? FABEI - La diversità di obiettivi tra Italia e Germania nell'area mediterranea aveva portato Hitler, il 24 ottobre 1936, giorno precedente la costituzione dell'Asse, a dichiarare a Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri italiano, che il Mediterraneo era un mare italiano e che qualsiasi modifica futura nell'equilibrio di quell’area doveva andare a favore dell'Italia, così come la Germania doveva avere libertà di azione verso l'Est e verso il Baltico. Orientando i dinamismi italiano e tedesco in queste direzioni esattamente opposte, non si sarebbe mai avuto un urto di interessi tra le potenze fasciste. In altri termini, secondo Hitler, i Paesi arabi sotto controllo francese e inglese facevano parte, quasi nella loro totalità, della sfera di influenza dell'Italia. Se l'Asse avesse vinto la guerra, e i patti tra Hitler e Mussolini fossero stati osservati, l'Italia avrebbe esercitato sul Mare Nostrum la propria egemonia, dal Marocco all'Iraq. I tedeschi, da parte loro avrebbero probabilmente rivendicato quale propria sfera di influenza i Paesi a oriente dall'Iran all'Afghanistan, all'India, dove però anche il Giappone aspirava a esercitare la propria leadership. Era comunque l’Italia ad avere i maggiori interessi nell’area nordafricana e mediorientale. Con l’assunzione, il 18 marzo 1937, del titolo di Spada dell'Islam da parte del Duce si aprì, non a caso, un altro capitolo della politica araba del fascismo che diventò argomento della stampa di regime: aumentarono gli articoli e gli studi di autori arabi e musulmani, alcuni dei quali riguardanti i legami ideologici tra fascismo e islamismo e la maggior corrispondenza del fascismo, rispetto al comunismo, ai valori religiosi, morali e ideologici degli arabi. Per quanto riguarda l'aspetto culturale e storico-politico della questione si assistette a una serie di iniziative curate da studiosi e da istituzioni quali il Centro studi per il vicino Oriente e l'Istituto di studi di politica internazionale. CANZANO 4- Si trattò quindi di una vera svolta nella politica del fascismo… FABEI - Sì, ma non più di tanto perché la politica araba dell'Italia restava ancora, tra il 1936 e il 1939, condizionata dall'andamento delle relazioni con Londra. Temendo che l'Inghilterra, grazie alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, rafforzasse le sue posizioni nel Mediterraneo orientale, l'Italia, grazie ai programmi trasmessi da Radio Bari, iniziò ad aizzare le popolazioni arabe contro gli inglesi. La carta araba, negli interventi di Mussolini e di Ciano, continuò a essere considerata moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un'effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle speranze suscitate dagli «accordi di Pasqua», Roma bloccò subito gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali – molto consistenti ai palestinesi – e moderò il tono delle trasmissioni di Radio Bari. CANZANO 5- I tedeschi, in quegli anni, che atteggiamento assunsero verso i nazionalisti arabi? E questi ultimi cosa si aspettavano dalla Germania? FABEI - Berlino sviluppò allora una politica non molto diversa da quella di Roma. Il ministro degli Esteri di Hitler, il 1° giugno 1937, inviò un telegramma alle sue rappresentanze di Londra, Bagdad e Gerusalemme da cui emergeva la contrarietà del Reich alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina che se non era ritenuto capace di assorbire gli ebrei di tutto il mondo, avrebbe comunque creato per il giudaismo una base di potere sancita dal diritto internazionale. Per gli arabi questo era già qualcosa, ma si aspettavano dal Hitler un po' di più di una semplice, per quanto gradita, manifestazione di simpatia, peraltro priva di impegni. Il 15 luglio 1937, Hajj Amin al-Husayni, il Gran Mufti di Gerusalemme e della Palestina, in un colloquio con il console generale tedesco, cercò di ottenere una chiara risposta alla domanda circa la disponibilità della Germania a contrastare, pubblicamente, l'eventuale costituzione di uno Stato ebraico. Due giorni dopo il primo ministro iracheno, Hikmet Suleiman, fece capire all'ambasciatore tedesco a Bagdad che il suo governo contava sull'appoggio tedesco, oltre che turco e italiano, nel momento in cui alla Lega delle Nazioni l'Iraq si fosse opposto al piano di divisione della Palestina in tre zone. Se Ribbentrop era disposto ad appoggiare il rappresentante iracheno alla Lega delle Nazioni, Hitler tuttavia non si impegnò, nella questione palestinese, al fianco degli arabi, almeno in un primo momento. CANZANO 6- Per quale ragione? FABEI - Perché, come nella politica araba dell'Italia, così in quella della Germania si tendeva a non pregiudicare i rapporti con l'Inghilterra. Pertanto Berlino in principio si astenne dal fornire armi ai nazionalisti arabi e dal rafforzare la loro resistenza alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Comunque nella capitale del Reich non tutti condividevano questa posizione, cui, per forza di cose, dovevano adeguarsi perché era al Führer che spettava, in ogni caso, l’ultima parola. Si tentarono, con cautela, altre strade per sviluppare rapporti col mondo arabo. Dal 1937, per esempio, la Germania iniziò a intrattenere relazioni diplomatiche con l'Arabia Saudita che mirava a mantenere la propria «indipendenza» dall'Inghilterra, la cui influenza si estendeva a tutti gli Stati circostanti. Ibn Sa'ùd chiese a Berlino appoggio politico e forniture militari, sottolineando le affinità tra Germania e il mondo arabo, soprattutto circa la posizione difensiva di fronte alla Gran Bretagna. Sebbene l'Ufficio di politica estera del NSDAP, il partito nazionalsocialista, fosse da tempo favorevole alle forniture belliche ai sauditi, queste ultime non ebbero luogo poiché la sezione politica del ministero degli Esteri era contraria. Solo nel 1939, in seguito al rafforzamento delle posizioni britanniche in Medio Oriente, Hitler e Ribbentrop assicurarono a Ibn Sa'ùd un concreto aiuto alla formazione di un suo esercito. Il 17 giugno il Führer promise all'incaricato del re saudita un aiuto attivo e due mesi dopo un credito di 6.000.000 di marchi fu accordato ai sauditi che volevano acquistare fucili, carri armati leggeri e pezzi antiaerei. La Germania offrì tali forniture col nullaosta di Roma, che aveva rapporti buoni, ma non certamente ottimi, col regno dei Sa'ùd dopo l'accordo anglo-italiano del 16 aprile 1938, con cui le due potenze europee «garantivano» l'indipendenza dell'Arabia. Il 1° settembre 1939 scoppiò la guerra e Berlino non poté procedere alle forniture, anche perché, dietro forti pressioni inglesi, l'Arabia Saudita fu costretta, l'11 settembre, a rompere le relazioni diplomatiche con il Terzo Reich. CANZANO 7- Tornando alla questione palestinese, potrebbe chiarirci meglio l’atteggiamento tedesco inizialmente favorevole all’emigrazione ebraica verso la Terrasanta? FABEI - Nei primi anni di regime Hitler, volendo liberarsi degli ebrei presenti in Germania, vide nella Palestina sottoposta a mandato britannico la meta verso cui indirizzarli: se questo poi serviva a creare difficoltà agli inglesi tanto meglio, per quanto Hitler temesse allora la Gran Bretagna, ritenendola assai più forte del Terzo Reich. Già dal 1933, desiderosa di favorire l'emigrazione ebraica dalla Germania e di indirizzarla verso la Palestina, l'Agenzia ebraica era pervenuta coi tedeschi a un patto, denominato Haavara (trasferimento), che prevedeva la partenza verso la Terra Santa degli ebrei tedeschi. L'accordo sembrò ai nazionalsocialisti un'ottima occasione per «purificare il Reich» e sbarazzarsi degli ebrei; i diplomatici della Wilhelmstrasse, tradizionalmente filoarabi, pur non condividendo la scelta, dovettero adeguarsi. Contrari erano anche i quadri dell'Auslandsorganisation e cioè della sezione del NSDAP da cui dipendevano le cellule in seno alle comunità residenti all'estero, riflettendo il punto di vista dei 2.000 cittadini tedeschi presenti in Palestina, che vedevano con orrore la prospettiva che gli ebrei cacciati dal Reich potessero insediarsi in Palestina e far loro concorrenza in varie attività. Tale politica non piaceva, ovviamente, nemmeno ai palestinesi e il Gran Mufti chiese a Hitler di interrompere il flusso migratorio e mettere fine all’insediamento sionista in Palestina. I nazisti, inizialmente convinti dell’incapacità degli ebrei a creare uno stato ebraico, nella seconda metà degli anni Trenta furono costretti a ricredersi e a constatare che l’insediamento sionista in Palestina era cresciuto sia di numero che di risorse. Dovettero prendere atto che la Commissione reale britannica guidata da Lord Peel, dopo una lunga indagine sul problema palestinese, aveva pubblicato nel luglio del 1937 un rapporto in cui raccomandava di dare parziale soddisfazione a entrambi i nazionalismi, sionista e palestinese, mediante una spartizione della Palestina mandataria e la conseguente creazione di due Stati, uno arabo e l’altro ebraico. Questo non era più soltanto il parto della fantasia sionista ma diventava una proposta concreta e l’oggetto di una raccomandazione contenuta in un rapporto del governo inglese. A siffatta mutata realtà i nazisti fecero seguire un diverso atteggiamento e se fino allora scopo preminente della politica della Germania era stato favorire il più possibile l’emigrazione degli ebrei, adesso dovettero rendersi conto che la formazione di uno Stato ebraico sotto tutela britannica non era nell’interesse della Germania, dato che non avrebbe assorbito l’ebraismo mondiale, ma creato, sotto leggi internazionali, un’ulteriore posizione di potere all’ebraismo internazionale, qualcosa come lo Stato del Vaticano per il cattolicesimo politico o Mosca per il Comintern. Pertanto l’opposizione alla creazione dello Stato sionista in Palestina comportò l’appoggio a chi tra gli arabi vi si opponeva. Vennero impartite da Berlino istruzioni alle sedi diplomatiche tedesche, esortandole ad assumere un atteggiamento favorevole verso gli arabi e le loro aspirazioni, senza tuttavia prendere impegni condizionanti. Tale cautela era ancora determinata dalla speranza di evitare una rottura definitiva con Londra e gli aiuti finanziari ai ribelli arabi, già elargiti con fondi dei servizi segreti tedeschi, continuarono a essere esigui e irregolari. Nel 1938 il patto di Monaco e la crisi cecoslovacca chiarirono inequivocabilmente che Londra e Berlino erano ormai su posizioni antitetiche, tali da comportare opposti schieramenti di campo nel caso dello scoppio di un conflitto. Da questo momento la propaganda tedesca s’intensificò esercitando una crescente influenza sull’opinione pubblica del mondo arabo, che vedeva nel Reich il nemico dei suoi nemici. Si rafforzarono i rapporti con il movimento nazionalista e con chi, come il Gran Mufti di Gerusalemme, dimostrava di essere un nemico irriducibile degli ebrei. Lo stesso Führer in più occasioni espresse ammirazione per gli arabi, la loro civiltà e la loro storia. Nel corso della conversazione a tavola con Keitel, ad esempio, la sera del 1° agosto 1942, Hitler, oltre a dichiarare la sua convinzione circa la superiorità della religione islamica rispetto alla cristiana, parlando della Spagna affermò che quella araba era stata «l’epoca d’oro della Spagna, la più civile». A questo apprezzamento del Führer corrispose l’ammirazione per il nazionalsocialismo da parte degli arabi. In un’opera autobiografica, il siriano Sami al-Jundi, uno dei primi capi del partito al-Ba’th, descrivendo lo stato d’animo che caratterizzava gli arabi negli anni Trenta afferma: «Eravamo razzisti, ammiratori del nazismo, leggevamo i suoi testi e le fonti della sua dottrina, specialmente Nietzsche…, Fichte e I fondamenti del secolo XIX di H. S. Chamberlain, tutto incentrato sulla razza. Fummo i primi a pensare di tradurre il Mein Kampf…». CANZANO 8- Parliamo adesso dell'Egitto nei piani del fascismo: protettorato, occupazione diretta o semplice inserimento nella propria sfera di influenza? I movimenti «filofascisti» egiziani erano più ricettivi alle sirene tedesche o a quelle italiane? FABEI - Molto tempo prima della guerra la propaganda dell'Asse aveva tentato di staccare la borghesia egiziana dalla sua alleanza con la Gran Bretagna e di attirare gli elementi nazionalisti delle classi meno abbienti alla sua ideologia. Mussolini agiva con la mediazione della famiglia reale, legata a casa Savoia, mentre Hitler era l'eroe dei giovani nazionalisti ostili all'Inghilterra. Fathi Radwan e Nureddin Tarraf, col loro gruppo di giovani dell'ex partito nazionale, e Ahmed Hussein, dirigente delle Camicie verdi del partito Misr al-Fatat (Giovane Egitto) assistettero nel 1936 a Norimberga al congresso del Partito nazista, nel quale cercavano ideali ed esempi di azione. Nel 1938 tornarono in Europa soggiornando oltre che in Germania anche in Italia, alla ricerca di appoggi e di finanziamenti. CANZANO 9- Quale fu l’atteggiamento degli egiziani di fronte al conflitto? FABEI - Allo scoppio della guerra l'Egitto era formalmente uno «Stato sovrano», con un proprio re, un proprio governo e un proprio esercito, ma il Paese faceva parte dell'Impero britannico: gli inglesi infatti controllavano direttamente il canale di Suez, stazionavano in Egitto con le proprie truppe e con il diritto di utilizzarne basi e risorse in caso di guerra. I seguaci e i simpatizzanti dell'Asse sfruttarono a fondo la crisi alimentare e l'irritazione sempre più viva provata dall'uomo della strada contro lo stato d'assedio e la trasformazione del Paese in base militare per il Middle-East Commando. Il governo egiziano, dietro la spinta dell'opinione pubblica, si rifiutò di entrare in guerra contro le potenze dell'Asse e tale atteggiamento continuò anche allorché le truppe italiane entrarono per la prima volta in Egitto. Si giunse addirittura all'assurdo che, mentre britannici, australiani, neozelandesi, sud africani e indiani difendevano l'Egitto dagli invasori italotedeschi, i 40.000 uomini dell'esercito egiziano si mantenevano neutrali, agli ordini di ufficiali che spesso non nascondevano le loro simpatie per l'Asse. La tensione aumentò all’inizio del 1942, quando, guidati da Rommel, gli italo-tedeschi penetrarono in territorio egiziano avanzando fino a el-Alamein, a ottanta chilometri a ovest di Alessandria. Questo fu visto dagli egiziani come il preludio a una «liberazione» dell'Egitto. Le manifestazioni contro la mancanza di viveri degenerarono in un'esplosione di sentimenti antibritannici al grido di «Vieni avanti Rommel!». Anche in questa occasione quindi gli egiziani non presero parte a quella che, in teoria, era la difesa del proprio territorio nazionale. Era evidente che se gli eserciti fascisti avessero raggiunto Alessandria il popolo e l'esercito egiziani sarebbero insorti come avevano fatto gli iracheni l'anno prima. Ufficiali, tra cui i giovani Nasser e Sadat, tentarono di mettersi in contatto col comando di Rommel per coordinare l'attività degli egiziani filofascisti con l'offensiva italo-tedesca. Gli alleati allora decisero di correre ai ripari e il mattino del 4 febbraio 1942 i tank inglesi circondarono il palazzo di Abidin imponendo a re Faruq un ministero presieduto da Mustafà al-Nahas. Vennero istituiti tribunali speciali e migliaia di «nazisti», nazionalisti egiziani e fratelli musulmani furono incarcerati come «agenti dell'Asse» o «elementi eversivi». Il 4 luglio i governi italiano e tedesco pubblicarono una dichiarazione per il rispetto dell'indipendenza dell'Egitto, dichiarandosi intenzionati a rispettarne e garantirne l'indipendenza e la sovranità. Le forze dell'Asse non entravano in Egitto come in un Paese nemico, ma con lo scopo di espellerne gli inglesi e di liberare il Vicino Oriente dal dominio britannico. La politica delle Potenze fasciste era ispirata al concetto che l'Egitto era degli egiziani: liberato dai vincoli che lo legavano alla Gran Bretagna il più importante Paese arabo era destinato a prendere il suo posto tra le Nazioni indipendenti e sovrane. Per l’intera durata della guerra in Egitto si registrarono attività filofasciste e antialleate: le Camicie verdi organizzarono il boicottaggio dei negozi stranieri, una radio clandestina operò al Cairo, membri dei comitati degli Ufficiali liberi fecero filtrare agenti nazisti attraverso le file alleate; altri egiziani, studenti in Europa e fuoriusciti, svolsero attività propagandistica al servizio del ministero degli Esteri italiano e del ministero della Cultura popolare, intervenendo spesso nella stampa italiana e tedesca con articoli e analisi. Più ancora che a mezzo stampa la loro attività propagandistica si attivò via etere, da Radio Bari e da tre emittenti minori: la Nazione araba, Radio Egitto indipendente e Radio Giovane Tunisia, ispirate rispettivamente dal Gran Muftì di Gerusalemme, dal principe Mansur Daud e da el-Tayeb Nasser, presidente della società Misr (Egitto) in Europa, e dal leader desturiano Habib Thammer. La fiducia degli egiziani andava comunque maggiormente ai tedeschi perché la Germania non aveva mai colonizzato aree abitate da musulmani ed era stata l'alleata dell'Impero ottomano. L'Egitto rientrava nella zona di interesse italiano indubbiamente, anche se sul suo futuro ordinamento le opinioni tra Mussolini, il ministero degli Esteri ed altri ambienti politici militari erano diverse... CANZANO 10- Solo nella seconda metà degli anni Trenta il regime fascista iniziò a connotarsi in senso antisemita: questa linea politica ha delle connessioni precise e individuabili con la politica filo-araba? Come mai, proprio da allora, si decise di interrompere il ventilato progetto di uno Stato ebraico nella regione dei falascià, gli ebrei neri d'Etiopia? FABEI - Mussolini cercò di giocare a suo vantaggio sia la carta araba sia quella ebraica. Tra il 1934 e il 1936 la politica filosionista dell'Italia ebbe finalità più che altro economiche e non conobbe, sul piano politico, né l'impegno né la molteplicità di articolazioni caratterizzanti quella verso gli arabi. Mussolini s’incontrò più di una volta con Cahim Weizmann e i capi sionisti che volevano portare gli ebrei in Palestina. Oltre che con quello di Weizmann ebbe rapporti con il Partito revisionista, l'ala destra del sionismo, il cui programma, piuttosto radicale e intransigente, presentava caratteristiche in qualche modo «fascistizzanti». Ma anche in quest'ambito l'atteggiamento di Mussolini s’improntò a grande prudenza nella consapevolezza che il violento atteggiamento di ostilità verso la Gran Bretagna, proprio delle rivendicazioni di questa componente estremista del nazionalismo ebraico, fosse in qualche modo utilizzabile ai fini della politica araba del regime solo se circoscritto entro limiti ben precisi. I legami dell'Italia con il sionismo, sempre nel biennio 1934-1936, subirono un progressivo allentamento; con lo scoppio della rivolta in Palestina e il conseguente moltiplicarsi delle manifestazioni di solidarietà panaraba sul Mar Rosso e nel Golfo Persico, la carta sionista perse presto valore, ma non al punto da essere del tutto scartata dal Duce che si proponeva di riutilizzarla qualora si fossero manifestate le circostanze favorevoli. I contatti con il sionismo e Weizmann ripresero nel giugno-luglio 1936, allorché, grazie al massiccio spiegamento delle forze britanniche, venne meno la possibilità che la rivolta si estendesse oltre i confini della Palestina. Terminata la guerra in Etiopia, l'Italia assunse un atteggiamento più aggressivo che sembrava poter minacciare le posizioni britanniche nel Mediterraneo e in Medio Oriente e quelle francesi in Tunisia e in Marocco. In questo contesto si inseriva la fortificazione del porto di ‘Assab, sullo sbocco meridionale del Mar Rosso, con cui l'Italia si garantiva una posizione strategica, rafforzata dagli accordi commerciali con l’Yemen dove la costituzione di reparti ospedalieri offriva una comoda copertura per attività antibritanniche di propaganda e spionaggio. Sembrava comunque rimanere la Palestina il principale obiettivo di Mussolini, il cui emissario a Ginevra, il marchese Theodoli, aveva dichiarato a Nahum Goldmann che il problema ebraico non avrebbe mai potuto essere risolto dagli inglesi. L'esigenza del focolare ebraico avrebbe potuto essere soddisfatta solo da Roma con una larga e immediata colonizzazione ebraica in Abissinia. Questo stesso disegno venne esposto al Cairo da Ugo Dadone, direttore dell'Agenzia per l'Egitto e per l'Oriente e del «Giornale d'Oriente». Egli inserì il progetto in un contesto imperialista e antibritannico, prospettando come inevitabile un conflitto anglo-italiano in tempi più o meno ravvicinati. Essendo il dominio del Mare Nostrum l'obiettivo di Roma, il disporre in Abissinia di 500.000 soldati italiani e di altrettanti di truppe di colore, cui si dovevano aggiungere i 150.000 in Libia, poneva l'Italia nella condizione di prendere l'Egitto e di espandersi ulteriormente. Per il consolidamento di tale posizione ci sarebbero voluti alcuni anni, ma la Gran Bretagna non sarebbe riuscita ad arrestare questo processo d'espansione dell'Italia, con la quale gli ebrei avrebbero dovuto collaborare. Roma – affermava Dadone – avrebbe mirato alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, controllando l'Iraq e la Siria. Intanto gli ebrei avrebbero dovuto stabilirsi nell'area abissina del Gojjam. Era con ciò previsto un duplice obiettivo: il consolidamento italiano in Abissinia, e l'attrazione delle simpatie sioniste per Roma. Dadone era consapevole che una colonizzazione ebraica in Abissinia non poteva soddisfare gli ebrei il cui obiettivo finale era un altro. In cambio del sostegno ebraico alla colonizzazione dell'Etiopia l'Italia era, tuttavia, disponibile a permettere la creazione di un vero e proprio Stato in Palestina. Agenti italiani riformularono la proposta della colonizzazione ebraica in Abissinia ad altri capi sionisti. L'idea del focolare abissino era nata al gabinetto del ministero degli Esteri in seguito alle richieste che ebrei di tutto il mondo avevano formulato al Duce, cui avevano espresso solidarietà e offerto la propria disponibilità a raccogliere i fondi necessari a dar concreta attuazione al progetto. A metà giugno del 1936 il progetto fu abbandonato e Ciano, per volontà di Mussolini, dichiarò, d'accordo con il ministero delle Colonie, che il governo italiano non riteneva più opportuno dargli corso; pertanto si dovevano lasciar cadere le iniziative in tal senso intraprese e affermare, in termini generici, che lo studio della colonizzazione in Etiopia era stato appena iniziato da parte degli organi tecnici competenti, e che era quindi prematuro parlare di un'eventuale immigrazione ebraica. Questa inversione di tendenza fu determinata dalla freddezza con cui Weizmann aveva accolto la proposta e dal venire meno della sua fiducia verso l'Italia. Senza un accordo politico con il sionismo la colonizzazione ebraica dell'Etiopia se, da un lato, avrebbe comportato il vantaggio di una grossa speculazione finanziaria, dall'altro avrebbe compromesso sia la politica araba sia i rapporti con la Gran Bretagna. Questo non era quanto auspicato dal Duce che con il suddetto progetto aveva sperato di recuperare la carta sionista dando come anticipo il focolare etiopico e lasciando la Palestina agli arabi. In effetti, qualora fosse riuscita a realizzare un'intesa con Weizmann, l'Italia si sarebbe garantita la sua collaborazione per pacificare e sfruttare l'Etiopia, risolvendo in tal modo la contrapposizione fra la linea filosionista e quella panaraba. L'accordo con il sionismo avrebbe anche potuto garantire all'Italia l'appoggio degli ebrei quali mediatori presso Londra in vista dell'auspicato accordo generale. In funzione di quest'ultimo, nel corso del 1936, l'Italia cercò un riavvicinamento alla Gran Bretagna e alle altre democrazie occidentali, proponendo una distensione dei rapporti. Nello stesso tempo strinse i legami con la Germania, con la quale in ottobre creò l'Asse. Questa fu la duplice strategia di Mussolini il cui primario obiettivo era accrescere il prestigio e il peso dell'Italia, senza legarla – finché ciò fosse stato possibile – né a Berlino né a Londra e conservando a Roma la funzione di potenza mediatrice tra i due blocchi. Prima di una scelta definitiva l'Italia avrebbe dovuto continuare, con il suo «peso determinante», a essere l'ago della bilancia della politica in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Del resto queste due realtà geopolitiche non potevano essere considerate separatamente e a ribadire la loro inscindibilità all'inizio del 1936 Roma provvide dando vita, con la Germania, a una comune attività in Palestina il cui obiettivo era quello di sviluppare un'intensa opera di propaganda e alimentare attività sediziose. Mantenendo la leadership in questo ruolo, Roma nel corso dell'anno successivo, allargò il campo d'azione all'Egitto e al Medio Oriente. L'alleanza con la Germania, l'ostilità di molti antifascisti fuoriusciti ebrei nei riguardi del regime, e i sempre più stretti legami con la leadership nazionalista araba indussero il Duce ad abbandonare la carta del sionismo, individuato come strumento e alleato irrinunciabile della «perfida Albione». CANZANO 11- Lei ha scritto che l’Italia fascista fu il primo Stato europeo a sostenere in modo concreto la lotta di liberazione del popolo palestinese. In che modo il governo fascista aiutò la resistenza palestinese? FABEI - L’Italia fu il primo Stato europeo ad appoggiare la resistenza palestinese contro la potenza mandataria, cioè la Gran Bretagna, e contro i sionisti e il loro progetto di insediamento in Terrasanta. Tra il settembre del 1936 e il giugno del 1938 l’Italia versò al Gran Mufti, che guidava la rivolta contro le forze militari inglesi e contro l’immigrazione ebraica, circa 138.000 sterline, circa 10.000.000 di euro attuali. Tale contributo fu voluto dal Duce in ragione della posizione assunta dall’Italia nei confronti del nazionalismo arabo, e «per dar fastidio agli Inglesi», oltre che in omaggio alle posizioni anticolonialiste del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo. Il ministero degli Esteri decise allora di inviare ai combattenti palestinesi, oltre al denaro, un consistente carico di armi e munizioni, in principio destinato al Negus ma acquistato in Belgio tramite il Servizio informativo militare, il SIM. Questo materiale, accantonato per quasi due anni a Taranto, sarebbe dovuto arrivare, tramite intermediari sauditi, ai palestinesi impegnati nella prima grande intifāda per abbattere il regno hascemita di Transgiordania, porre fine al protettorato britannico, bloccare l’arrivo di altri ebrei e quindi il progetto sionista in Terrasanta. Il denaro giunse a destinazione, non le armi e ciò a causa della paura dei sauditi di pregiudicare i loro rapporti con l’Inghilterra. BIOBIBLIOGRAFIA Nato a Passignano sul Trasimeno nel 1960, Stefano Fabei insegna all’Istituto Tecnico per le Attività Sociali «Giordano Bruno» di Perugia. Suoi saggi sono apparsi su «Studi Piacentini» e «Treccani Scuola». Collabora a «I sentieri della ricerca», «Eurasia» e «Nuova Storia Contemporanea».
Ha pubblicato: La politica maghrebina del Terzo Reich (All'insegna del Veltro, Parma, 1988) Guerra santa nel golfo (All'insegna del Veltro, Parma, 1988) Guerra e Proletariato (SEB, Milano,1996) Il Reich e l'Afghanistan (All'insegna del Veltro, Parma, 2002) Il fascio, la svastica e la mezzaluna (Mursia, Milano, 2002) Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme (Mursia, Milano,2003) Mussolini e la resistenza palestinese (Mursia, Milano, 2005) Le faisceau, la croix gammée et le croissant (Akribeia, Saint-Genis-Laval, 2005) Les arabes de France sous le drapeau du Reich (Ars Magna, Nantes, 2005) I Cetnici nella Seconda guerra mondiale, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2006) Carmelo Borg Pisani: eroe o traditore? (Lo Scarabeo, Bologna, 2007) La «legione straniera» di Mussolini (Mursia, Milano, 2008) Di prossima uscita, per Mursia, «Barbarossa»: operazione preventiva o pura aggressione? giovanna.canzano@alice.it


martedì 27 ottobre 2009



Quella marcia che ancora divide gli storici
Pubblicato da admin in Opinione il 26 ottobre 2009
“OCCIDENTE”, un numero speciale monografico sulla Marcia su Roma. Questo il “preambolo” di Guido Virzì :La “Marcia su Roma” del 1922, che segnò la mossa finale e vincente di Mussolini e del movimento fascista per la conquista dello Stato, è uno di quegli eventi su cui ancora oggi storiografi e docenti si trovano in imbarazzo perché, nelle sue forme e nei suoi esiti è un Evento che non riescono bene né a comprendere, né a spiegare.Uno dei pochi che ci arrivò vicino fu lo storico Renzo De Felice; ma oggi in molti preferiscono far finta di niente. Si ritorna a parlare di “grande bluff”, di “connivenza del Re”, di “complicità nell’Esercito”, di “antifascismo colto di sorpresa”…Senza valutare che se un bluff “funziona” significa che l’avversario non ha gioco in mano ed è sfiduciato, timoroso, che non si sente all’altezza dello scontro.Cerchiamo di inquadrare: il fatto è che Mussolini gettò sul tavolo da gioco un Jolly che non s’era visto mai.. Mostrò forza senza usarla. Non una “manifestazione”, non una “sedizione” o una serie di “incidenti”. Ma un convergere massiccio di ex soldati in armi guidato da eroi di guerra, parlamentari, pluridecorati sulla Capitale per “chiedere”, per imporre un “cambio di registro” a fronte d’una Italia nel caos, in crisi economica e con una sinistra che giocava continuamente alla guerriglia,quanto bastava per intimorire o indignare, ma quanto NON bastava per vincere la partita né sul piano del consenso democratico e parlamentare, né su quello del dominio delle piazze.
S’è detto e s’è scritto mille volte, ed è un’immagine perfetta, che Mussolini, allora “calò” l’Asso di Bastoni;Ma fu un Asso di Bastoni assolutamente vincente perché Mussolini INVENTO’ una mossa assolutamente inedita e pensabile solo in quelle particolarissime circostanze storiche. Non una sfilata di reduci, non una semplice adunata attorno ad un vecchio capo militare (in Germania lo “Stalhelm” -elmo d’acciaio- aveva realizzato formidabili raduni paramilitari attorno ad Hindenburg -senza effetto). Ne fu solo una marcia”simbolica”, chè i fascisti entrarono a Roma IN ARMI, con la Capitale circondata da cavalli di frisia e filo spinato e con vari reparti del Regio Esercito in assetto da guerra. Oggi molti storici di sinistra ,da autentici sciocchi, si divertono a sostenere che “con quattro schioppettate” le colonne fasciste sarebbero state respinte e disperse. Come facciano a “saperlo” resta un mistero .Sicuro è invece che l’Esercito era pieno di nazionalisti e fascisti. E’ sicuro che avrebbero aperto il fuoco contro i loro commilitoni, contro i loro “fratelli nel sangue” ?Mussolini valutò esattamente la portata del rischio ,per tutti, ed indovinò esattamente come, gli Altri, di fronte al suo gesto sarebbero rimasti senza coordinate e privi di qualunque contromossa efficace. Spiazzati. Sì , la vecchia Italia liberale era una “pera decotta”, le precondizioni c’erano tutte. Ma Mussolini fu assolutamente un Genio politico. Perché INVENTO’ di sana pianta la sua arma vincente.E la usò con maestria (non basta avere carte buone per vincere una partita).E scrivendo la prima di tante pagine di storia che ,ancor oggi, che piaccia o no, sono ancora al centro del dibattito politico in pieno XXI secolo. Nessun argomento è straripante di bibliografia come il Movimento risultato vincente quel 28 Ottobre 1922. Nessuna via “liquidatoria” ,specie se sommaria, è decentemente percorribile ; si può pensarla come si vuole, ma occorre entrare nel merito. Capire, trarre lezioni, discernere. Non per fare “Apologia”, ma nemmeno interessata “Demonizzazione”.

martedì 20 ottobre 2009

<<…….la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è diventata una crisi del sistema.(…) Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberismo economico che l’ha illustrato ed apologizzato. Le stesse dimensioni dell’impresa superano la possibilità dell’uomo; prima era lo spirito che aveva dominato la materia, ora è la materia che piega e soggioga lo spirito. Giunto a questa fase il supercapitalismo trae la sua giustificazione da questa utopia: l’utopia dei consumi illimitati. L’ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara. Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro(….) Oggi noi seppelliamo il liberismo economico. Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo economico non esiste, esiste l’Uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso che è guerriero.>>
Benito Mussolini, scritti da “Dottrina del Fascismo”,14- X1- 1933, vol. V111, pag.259 sgg.