martedì 29 luglio 2008

sabato 26 luglio 2008

UN PAESE (NON NAZIONE) SENZA DECORO
“La nostra guerra contro il Giappone”
di Filippo Giannini

“Il Momento” era un quotidiano che vide la luce nell’immediato dopoguerra. Sul numero del 7 novembre 1945, in merito all’armistizio stipulato dall’Italia, si legge: .
Dovrei fare un commento a questo plorare di personaggi che hanno cercato quel che, poi, hanno ottenuto? Il disprezzo di coloro che hanno imposto una brutale occupazione, facendola apparire come una “liberazione” . Perché ne parlo oggi? Perché ancora oggi, a distanza di più di 60 (dico sessanta) anni, nulla è cambiato, almeno negli effetti. Infatti il mortificante armistizio del settembre 1943 è ancora operante. Un giornale di quel periodo lamentava: . Da questo scritto, ripeto, vecchio di oltre sessant’anni, cosa è cambiato?
Ancora oggi dobbiamo pagare le forze di occupazione, sottostare alle requisizioni, combattere le loro guerre, che tali sono anche se etichettate “missioni di pace”.
Fra le tante “maramaldate” voglio ricordarne una ignorata dalla maggior parte degli italiani, e agli italiani voglio lanciare un monito: “Non andate in Giappone, perché potrebbero prendervi e chiudervi in un campo di concentramento”. Perché? E’ semplice e, ricordando la cloaca nella quale siamo stati precipitati, mi avvalgo di un mio precedente intervento titolato:
IL TEMPO DELLE JENE
Pietro Nenni, partecipando ad uno “storico” Consiglio dei Ministri nel luglio 1945, così lo ricorda nel suo diario: .
Dopo aver ricordato che Ministri, uomini di governo e politici, erano tutti, più o meno, “interventisti”, Nenni sempre nel suo diario, così conclude: .
Bella domanda, vero? Ma andiamo avanti.
Il governo Parri (capo della resistenza), succeduto a quelli di Badoglio e Bonomi, trovò, in poco meno di sei mesi, il tempo e il modo di far scendere di nuovo in guerra l’Italia. Pur trovandosi a capo di un Paese distrutto e stremato da cinque anni di disastroso conflitto, Ferruccio Parri il 14 luglio 1945 volle ricominciarla, dichiarò guerra al Giappone, un Paese ormai sconfitto e col quale, giuridicamente, eravamo ancora alleati.
Giano Accame etichetta così l’iniziativa: !
A seguito dell’atto di guerra, non ci furono fra italiani e giapponesi - ripeto, sino a prova contraria ancora nostri alleati - scontri armati, né battaglie memorabili, solo perché pochi giorni dopo le due bombe di Hiroshima e Nagasaki risolsero la questione nell’american way.
Non mi risulta che con il Paese del “Sol Levante” sia stato firmato alcun trattato di pace, quindi dovremmo ancora essere in stato di guerra col Giappone.
E allora? Abbasso tutte le guerre? Non esageriamo, ci rispondono i paladini resistenziali firmatari del Trattato di pace del 1947: abbasso tutte le guerre, ma non quelle “giuste”, quelle, per intenderci, volute dai “liberatori”.
Ma l’italiano è un popolo intelligente, non cadrà in questa trappoletta: “Caro paisà, cà nisciuno è fesso”, non un italiano andrà in Afghanistan, in Iraq, e così via; l’italiano non è “bischero”, è “smart”; comprendi “paisà”?
Quindi, cari lettori, quando sentite i “bollettini di guerra”, scusate il lapsus, intendevo dire i “bollettini di pace” provenienti da quei Paesi del Medio-Oriente, che annunciano la morte o il ferimento di qualche militare italiano, non date ascolto: “E’ bieca propaganda nazi-fascista tendente a minare la democrazia e la libertà”.
Quanto è lontano quel tempo (eppure erano passati solo una manciata di anni) quando da ogni dove venivano economisti e politici per studiare il “fenomeno fascismo”, e il suo capo ci era invidiato da tutto il mondo. Lo hanno assassinato e impiccato per i piedi: unico modo per riconsegnare l’Italia all’”espressione geografica”.



P.S. Dopo aver visto con quanto entusiasmo è stato accolto Barrack Osama a Berlino, penso che anche la Germania non stia meglio dell’Italia.
Povera Europa!

martedì 22 luglio 2008

I SOLDATI EBREI AL SERVIZIO DI HITLER E MUSSOLINI

Quando la rivista di propaganda nazista “Signal” dedicò la copertina al “soldato tedesco ideale”, nel 1939, non poteva certo immaginare che quel volto appartenesse ad un giovane ebreo, il Gefreiter Werner Goldberg. Questa la foto più sorprendente, delle tante di ufficiali, generali, ammiragli, membri del partito nazista, contenute nel libro del giovane storico ebreo Bryan Mark Rigg, laureato alla Yale University, “I soldati ebrei di Hitler” pubblicato recentemente da Newton & Compton nella collana “I Volti della Storia” (pagine 395, 16,90 euro). Uno studio accurato, una documentazione quasi esasperata, durata anni di viaggi, di incontri, di esami dettagliati di documenti pubblici e privati, superando l’ostilità e il boicottaggio degli studiosi “ufficiali” della “questione ebraica”. Nella prefazione, Rigg racconta d’essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d’un film, “Europa, Europa” in cui si racconta la storia dell’ebreo Perel che, falsificando la propria identità, prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945. Il film raccontava una vicenda reale. Tornato all’Università di Yale, dove frequentava il secondo anno di college, Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 e questo sconvolse tutte le sue certezze. Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlinge) che avevano militato sotto la croce uncinata.Mai tuttavia, ricoprendo alte cariche. Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché quei veterani morivano ormai a migliaia di giorno in giorno. Si avvalse dell’effetto “valanga”, nel senso che ogni intervistato faceva i nomi di altri camerati. Quasi tutti si mostrarono disposti ad aprire le loro case e i loro cuori. In più autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli archivi. Vennero fuori documenti “che nessuno aveva mai esaminato prima” (siamo tra il 1994 e il ‘98!) e “furono dette cose che non erano mai state dette prima”. Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d’una storia oscura e raccapricciante. Una storia che molti professori avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Kath, Arendt, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono la verità sull’Olocausto. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accade per Hanna Arendt), li considera “revisionisti” nell’accezione staliniana del termine. Sono quelli che alla domanda «perché un ebreo scrive queste cose?», rispondono: «Perché un ebreo NON dovrebbe scrivere queste cose?». Il suo lungo studio, i suoi documenti, i suoi testimoni, ci conducono in un mondo in cui avevamo sentito parlare in fretta e per accenni, ma che mai avevamo penetrato e di cui mai prima d’ora avevamo incontrato gli abitanti: il mondo dei “soldati ebrei di Hitler”. Una popolazione, non uno sparuto gruppo come si è voluto far credere per oltre mezzo secolo. Una popolazione con i suoi generali, i suoi ufficiali, le sue truppe. L’elenco di Rigg è sconvolgente. Il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (aggressione della Norvegia). L’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn. L’ammiraglio Bernhard Rogge decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone. Il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Gerhard Engel, maggiore aiutante militare di Hitler. Il generale Johannes Zukertort e suo fratello il generale Karl Zukertort. Il generale Gothard Heinrici. Il generale Karl Litzmann, “Staatsrat” e membro del partito nazista. Il generale Werner Larzahn decorato da Hitler. Il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg dichiarato ariano da Hitler. Philipp Bouhler, Capo della Cancelleria del Fuhrer. Il maggiore Friedrich Gebhard, decorato da Hitler. Il superdecorato maggiore Heinz Rohr, l’eroe degli U-802, i sottomarini tedeschi. Il capitano Helmut Schmoeckel… Segue una sfilza di ufficiali, sotto-ufficiali, soldati. Tutti ebrei, o mezzi ebrei o ebrei per un quarto o addirittura per il 37,5 per cento, come il Gefreiter Achim von Bredow. Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhardt Heydrich, “la bestia bionda”, “Il Mosè biondo”, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, “l’ingegnere dello sterminio”, diretto superiore di Heichmann. Era ebreo Heydrich? Molti assicurano di sì. Di certo suo padre lo era. Di certo gli fu accordata da Hitler “l’esenzione”.È una foiba, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri che si voleva dimenticare, nome e fatti da cancellare. Nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo.
Tra il 1848 e il 1938 la partecipazione dei cittadini di religione ebraica alle forze armate italiane fu attiva e decisiva sia in pace sia in guerra. Prendendo parte con valore a tutte le battaglie risorgimentali e a tutti i conflitti successivi, essi dimostrarono un forte senso d’identità con i destini della Patria e del regime fascista. Durante il Risorgimento il re Carlo Alberto concesse piena uguaglianza, integrazione ed emancipazione alla minoranza ebraica. Il patriottismo e il militarismo fecero il resto, sostituendo l’appartenenza religiosa, creando un’identità nazionale solida e annullando qualsiasi differenza tra cristiani e israeliti. La situazione imperturbata si protrasse anche in periodo fascista: alcuni collaboratori di spicco di Mussolini erano ebrei, circa 500 furono gli ebrei nella marcia su Roma, e il consenso non mancò, come non si esaurì il continuo affluire dei giovani israeliti in divisa.
La componente germanica fu essenziale nella formazione dell’ideologia sionista a seguito dell’importanza della comunità ebrea in seno ad altre comunità dell’Europa dell’Est (in particolare gli yiddish), anche se al contrario, il sionismo non ha influito per nulla nella comunità tedesca (…). L’influenza delle organizzazioni giovanili wandervögel, del militarismo prussiano, del patriottismo generato durante la I guerra mondiale, la nozione tedesca del “Blut und Boden” (sangue e suolo) hanno portato a considerare, durante un lungo periodo di tempo il sionismo tedesco, tanto da parte dei suoi detrattori quanto da parte dei suoi sostenitori, come una semplice copia dell’ideologia nazionalista tedesca. Durante gli anni 20, la comunità ebrea tedesca ha occupato un posto di preferenza nel movimento sionista mondiale, soprattutto attraverso la cosiddetta Zionistische Vereinigung für Deutschland (ZVfD), l’organizzazione sionista tedesca (…).
Molti dei militanti sionisti tedeschi erano ebrei provenienti dalla Russia e installati a Berlino, dove operavano intorno al Circolo della Gioventù Russa Sionista, intorno alla rivita Rassviet e alla Lega dei militanti Sionisti. I loro principali ideologi, Lichtheim e Jabotinsky, formarono il vertice esecutivo dell’Organizzazione Sionista Mondiale tra il 1921 e il 1923; anche se Jabotinsky fu allontanato dalla stessa per le tensioni che creò a causa delle sue tendenze secessioniste.
Già delegato della O.S.M. in Palestina durante la I Guerra Mondiale, Lichtheim fu sempre ostile ad una possibile uguaglianza di diritti tra Arabi ed Ebrei, così come a qualsiasi aspirazione nazionalista da parte degli Arabi. Riteneva che l’obiettivo prioritario della O.M.S. fosse stabilire in Palestina una maggioranza ebrea di popolazione, come preludio alla proclamazione di un “Focolare Nazionale” ebreo. Per lui, la ZVfD, la principale organizzazione ebrea tedesca, composta soprattutto da ebrei “assimilati”, non lottava in realtà per un “Focolare Nazionale” ebreo in Palestina, né per uno “Stato Socialista” (…) e, difendendo la doppia nazionalità, non si opponeva sufficientemente agli Inglesi, rifiutando l’ “autodifesa” ebrea che praticavano i gruppi terroristi dell’Hagganah. Il cosiddetto “revisionismo sionista” ottenne un forte impulso con la rivista fondata da Lichtheim, Revisionistische Blätter e con la creazione di una frangia del movimento di Jabotinsky, il Landesverband der Zionisten-Revisionisten in Deutschland, il suo obiettivo principale fu di diffondere il sionismo tra la gioventù ebrea tedesca.
I revisionisti, anche se avevano obiettivi simili ai sionisti, si differenziavano da costoro in quanto al metodo. Ottennero un numero significativo di delegati al Congresso Sionista Mondiale di Zurigo, soprattutto dopo le notizie della violenza scatenata in Palestina dagli Arabi (133 ebrei assassinati dagli Arabi e 339 feriti): 12 delegati su un totale di 149.
Il Betar nella Germania hitleriana
I membri del Landesverband der Zionisten-Revisionisten in Deutschland (i revisionisti tedeschi) cominciarono a prevalere qualitativamente e quantitativamente tra la gioventù ebrea tedesca. Due furono le conseguenze di questo cambio: gli attacchi continui alle altre due organizzazioni sioniste giovanili (il Blau-Weiss e la Hapeol-Hatzair), e l’arrivo a Berlino nel 1928 dell’organizzazione tedesca del Betar, presente in Austria dal 1926.
Ne maggio 1933 il Betar fu escluso, assieme al Landesverband, dalla lista dei movimenti giovanili della O.S.M. con lo scopo di evitare problemi, mentre i revisionisti optarono per non assecondare il boicottaggio antitedesco da parte della O.S.M. Il movimento della gioventù fu ribattezzato come National Jugend Herzlia, sotto il comando di Willi Cegla. Nonostante tutto, il movimento Hertzlia è considerato dagli storici e dallo stesso Istituto Jabotinski di Tel-Aviv come un ramo del Betar durante il III Reich.
Favorire le organizzazioni di giovani ebrei che si proponevano l’emigrazione di massa verso Israele fu un’idea personale di Reinhardt Heydrich. Il Betar potè disporre così di un locale ufficiale confiscato alla Hachomer Hazair (un movimento giovanile sionista di sinistra) nel centro di Berlino, dalla cui finestra sventolava in strada la bandiera bianca e blu con al centro la Menorah (l’insegna sionista) … a fianco del gagliardetto con la croce gammata.
Il Betar fu senza dubbio un’organizzazione singolare. L’unica a continuare con le sue marce in uniforme a Berlino anche dopo l’ascesa al potere di Hitler. Nel maggio 1933, i documenti della polizia di Berlino testimoniano di un’affluenza di massa di Ebrei a una manifestazione organizzata dal Betar sotto la direzione di Georg Karenski, al comando delle sue squadre in uniforme.
Contro la decisione presa il 19-12-1934 che proibiva ai membri dei movimenti giovanili ebrei qualsiasi tipo di manifestazione pubblica, il 13-4-1935 la polizia bavarese, feudo personale di Himmler e Heydrich, permise al Betar di sfilare in uniforme: “Non esiste alcuna ragione di esercitare pressioni amministrative contro le attività sioniste in Germania, perché il sionismo non si oppone al programma del Partito Nazional-Socialista dei Lavoratori Tedeschi”, avevano scritto i dirigenti sionisti in una lettera diretta al Ministero degli Interni. La B’rith Haschomrim e la Herzlia-Betar furono le uniche organizzazioni ebree autorizzate ufficialmente a sfilare in pubblico con le loro uniformi (camichia kaki, pantaloni marrone scuro, stivali, casco, cinturone militare, etc.) al fine di aumentare il proselitismo tra i giovani ebrei, “perché i sionisti non si oppongono allo Stato, e di fatto i loro obiettivi si orientano ad ottenere l’emigrazione dei loro membri verso la Palestina; e mentre diffondono la politica di emigrazione coincidono con gli obiettivi del governo del Reich di favorire l’uscita degli Ebrei dalla Germania”… Per i pochi storici che hanno studiato questo avvenimento, questa autorizzazione era ristretta alle sole riunioni interne. Però succedevano anche alcuni casi, di cui esistono documenti fotografici, di sfilate per le GoetheStrasse di Berlino, di attività militari in campi all’aria aperta. Le autorità nazional-socialiste autorizzarono, in ogni caso, il Betar a continuare le sue attività senza problemi (riunioni, assemblee generali, campi di allenamento, escursioni, attività sportive, manifesti e bandiere, formazione agricola, etc.).
Un episodio completamente surreale, allo sguardo dei contemporanei, si verificò quando, secondo la documentazione esistente,un gruppo di SS attaccò un campo estivo del Betar: il capo del movimento si presentò al quartier generale della Gestapo a Berlino, con il risultato che pochi giorni dopo l’ufficio della polizia segreta annunciò la condanna degli assalitori (…).
Le assemblee e i meetings sionisti furono molto comuni nella Germania nazional-socialista. Il 20-3-1938, un emissario straniero della O.M.S., Arthur Rupin, fu autorizzato ad entrare in Germania come oratore, per informare sulle conseguenze della rivolta araba del 1936 in Palestina. Nel mese di settembre del 1939, scoppiata da poco la guerra, la Gestapo autorizzò una delegazione di sionisti tedeschi a partecipare al XXI Congresso Sionista, organizzato a Ginevra.
Georg Kareski: capo del Betar e collaboratore dei nazi.
Lichtheim emigró in Palestina nel 1933 per assumere la presidenza del Judenstaatspartei, partito politico che usufruiva di un ufficio generale in Tel-Aviv e di una delegazione a Londra. Nell’aprile del 1934, i revisionisti tedeschi riescono a riunificarsi e si raggruppano in una nuova organizzazione, Staatzionistische Organisation, indipendente da tutte le organizzazioni internazionali. Questa organizzazione fu diretta da Georg Kareski, il quale è stato presentato, anche attualmente, come il prototipo dell’ebreo collaboratore dei nazisti. Originario di Poznan, Kareski fu attratto dall’antisocialismo e dallo stile politico dei revisionisti, ed era in contatto con i capi ebrei dell’Europa orientale.
Contrario al ZVfD, che riteneva troppo di sinistra, però allo stesso tempo moderato, Kareski si dedicò per mesi a fare propaganda tra la stampa ebrea del Zentrum Partei di Franz von Papen, del quale fu membro durante gli anni 1919 e 1920. In un periodo in cui si moltiplicavano i matrimoni misti nei “felici anni venti” berlinesi, Kareski creò, nel 1926, il Jüdisches Volkspartei, un partito “isolazionista”, dedicato a preservare gli ebrei da tutte le influenze straniere nei campi della vita sociale, culturale, religiosa. Nel gennaio del 1929, rifiutò di essere eletto Gemenindevorstand all’assemblea rappresentativa della comunità ebraica berlinese, però fu eletto presidente del Vorstand, vale a dire, presidente della stessa comunità, anche se i liberali gli strapparono la carica un anno dopo. Il suo partito esercitò un’influenza minima in seno al sionismo tedesco, non riuscendo ad ottenere più di 1200 degli 8500 voti necessari per inviare un delegato al Congresso Sionista Mondiale del 1931.
L’uscita di Richard Lichtheim aveva creato un vuoto giusto nel momento in cui il movimento sionista-revisionista si preparava a prendere decisioni in vista di fronteggiare i problemi derivati dall’ascesa al potere del Partito Nazional-Socialista. Kareski rimase separato per lungo tempo dal movimento revisionista internazionale, soprattutto a causa delle sue continue crisi (nel marzo del 1933, Jabotinski sciolse l’esecutivo dell’Unione Sionista Mondiale con il fine di rinnovarlo mediante un plebiscito popolare tra la base. In modo autonomo, nel 1932, uno dei principali dirigenti del Partito nazional-Socialista, Gregor Strasser, aprì la via del dialogo nelle pratiche ufficiali, per trattare direttamente con la comunità ebrea tedesca, in concretto con la corrente revisionista, con il ZVfD, rivolgendosi direttamente a Karenski e a Kurt Blumenfeld per discutere sul problema ebraico, senza previe condizioni, secondo la testimonianza di Karenski a Gerusalemme nel 1937. Karenski accetta, mentre Blumenfeld rifiuta, dichiarando che il NSDAP non aveva ancora conquistato il potere. L’incontro non si verificò mai a causa della perdita di influenza ed ai problemi politici di Strasser (…).
Il Judenstaatspartei organizzó una serie di riunioni ufficiali in Germania nel 1934, fino al suo raggruppament in aprile nella già citata Staatszionistische Organisation, dove la questione del “revisionismo” fu il fatto dominante. L’organizzazione era diretta da Georg Kareski, Adolf Hirschfeldt e Willi Cegla, capo della National Jugend Herzlia, nuova denominazione del Betar tedesco. Il suo organo ufficiale fu il Der Staatszionist, bimensile diretto da Max Schulmann. La prima Conferenza Generale del Reich ebbe luogo a Berlino tra il 13 e il 14 ottobre del 1934. Tutti gli oratori attaccarono il ZVfD, accusandolo di favorire l’assimilazione e di opporsi all’installazione degli Ebrei in Palestina. Questa propaganda continuò fino al 1938, data dello scioglimento del ZVfD, organizzazione che di fatto disponeva del monopolio del rilascio dei certificati di emigrazione verso la Palestina.
L’ostilità di Karenski e della sua Staatszionistische Organisation contro il ZVfD per ottenere la supremazia nel movimento sionista tedesco, arrivò a livelli mai visti in nessun altro paese tra i sionisti, acuito soprattutto dal processo instaurato a Gerusalemme da Karenski, nel novembre 1934, contro la Hitachduth Olej Germania, un’associazione che raggruppava sionisti di tutte le tendenze emigrati dalla Germania, tra i quali figuravano alcuni revisionisti. La HOG, dai suoi organi, lanciò contro Karenski quattro accuse: quella di pretendere, con l’appoggio dei nazisti e contro la volontà delle organizzazioni ebreee tedesche, di imporsi come leader di questa comunità; quella di cospirare per distruggere la ZVfD prima della sua esclusione nel 1933 e di attaccarla costantemente come una organizzazione marxista favorevole all’assimilazione ebrea; quella di aver pubblicato su una rivista minacce di morte contro Sigfrid Moses, uno dei rappresentanti della ZVfD; e quella di dirigere l’Ivria Bank, una organizzazione finanziaria che fallì nel 1937 e che causò la rovina di molte famiglie ebree e inoltre di utilizzare le sue relazioni con la Gestapo contro i suoi accusatori. Nel giugno del 1938, il Rabbinatsgericht di Berlino, lo accusa di pianificare il suo arresto con l’aiuto della Gestapo, denuncia la fine della carriera politica di Karenski.
Alla fine del 1937, l’organizzazione di Kareski contava non più di 1000 membri, 500 dei quali erano betarim. La sua influenza nella comunità ebrea tedesca era nulla, come testimoniano i documenti dei servizi d’informazione tedeschi. Anche così, la SD era convinta che Karenski e il suo partito erano legati in segreto al sionismo revisionista internazionale. Nel 1938 si decise a sciogliere il suo movimento essendosi legato con la nuova organizzazione sionista di Jabotinsky. Però il costante rifiuto di visti da parte dell’Ufficio della Palestina (ricordiamo, visti rilasciati dal governo inglese) ai membri del Betar tedesco, provocò la rottura tra Kareski e Jabotinski.
Fatto sta che, in un modo o nell’altro, Karenski si impose come leader della comunità ebraica tedesca, cosa che obbligò i tedeschi a cambiare i loro piani. Lo “reclutarono” come rappresentante della “Reichverband Jüdischer Kulturbunde” (Lega Culturale Ebrea del Reich), un’organizzazione incaricata di trovare lavoro agli ebrei nei settori artistici. L’operazione abortì per l’opposizione degli artisti ebrei. Altre operazioni montate dalla Gestapo per proteggere Kareski, fallirono.
Le basi della politica di Kareski non si riducevano ad una cooperazione passiva nella liquidazione controllata del giudaismo tedesco, ruolo che corrispondeva alla ZVfD, bensì al contrario fu una politica attiva di collaborazione per raggiungere gli obiettivi perseguiti dai nazisti. In numerosi discorsi, Kareski affermò che la liquidazione degli ebrei tedeschi da parte di Hitler, era in realtà positiva, un elemento essenziale del sionismo, che avrebbe dovuto essere raccolto con entusiasmo dalla comunità ebraica. Era solito finire i suoi discorsi con una formula per nulla ambigua: “Un popolo, un paese, un Dio!”. In un discorso del marzo 1935, affermò di nuovo che gli ebrei dovevano riconoscere i vantaggi reciproci e i benefici che derivavano dalla politica del momento, tanto per loro come per i tedeschi, facendo un appello a dirigere gli sforzi verso un’autodissoluzione organizzata, denunciando le illusioni di un cambio nella politica tedesca. Lancia infine un appello ai tedeschi, perché facilitino l’uscita degli ebrei verso la Palestina, promuovendo una formazione professionale che li aiuti a ricominciare una vita nel nuovo paese. La Staatszionistische Organisation si pronunció allora per un’uscita ordinata di tutta la comunità ebrea tedesca verso l’”Eretz Israel”. Kareski ideò un piano dio emigrazione secondo la scala delle specializzazioni, delle professioni, dell’età, etc.
L’adozione delle Leggi di Norimberga nel settembre del 1935, diede a Kareski una nuova occasione per sviluppare le sue attività. Der Angriff, il giornale di Goebbels, pubblicó in prima pagina un’intervista con Kareski dove questi salutava le nuove leggi razziali come un’occasione propizia per conservare la purezza della razza ebrea. Secondo lui, i nazisti dovevano assicurare agli ebrei un’esistenza autonoma, particolarmente nell’ambito dell’economia.
Differenze puramente tattiche
Come ha detto F.R. Nicosia, “Le nuove realtà imposte agli ebrei dal nazionalsocialismo hanno provocato un consenso tra i gruppi sionisti e gli obiettivi sono sempre stati gli stessi tra i critici e i membri della ZVfD; essenzialmente e logicamente, riflettevano solo i fondamenti della filosofia sionista.” Kareski, a differenza degli altri, pensava che per i nazisti egli poteva essere il rappresentante dei “buoni ebrei”. Niente gli ha mostrato maggiormente il suo errore che la reazione delle autorità tedesche contro le sue posizioni: la Staatszionistische Organisation non beneficò mai di nessuna considerazione particolare rispetto alle altre organizzazioni sioniste, se non per un’autorizzazione speciale concessa al Betar (National Jugend Herzlia) di sfoggiare le proprie uniformi durante le riunioni. Per il resto, la posizione ufficiale oscillò tra il sospetto e l’indifferenza. La federazione sionista tedesca (ZVfD) accusò di debolezza e tradimento Kareski per aver moltiplicato i suoi propositi di alleanza con il regime nazionalsocialista. Però la ZVfD inviò un memorandum di appoggio al NSDAP il 21 giugno 1933. Nel memorandum possiamo leggere: “Il sionismo non si fa alcuna illusione sulla difficoltà della condizione ebraica che di fondo consiste in una struttura sociale anomala ed in una posizione intellettuale non radicata in una tradizione propria. Il sionismo da tempo si è reso conto che le tendenze assimilatrici presuppongono un deterioramento della purezza dei gruppi ebrei e tedeschi. Una rinascita della vita nazionale, come quella che si è prodotta in Germania come conseguenza della sua adesione ai valori cristiani e nazionali, deve egualmente prodursi nel gruppo nazionale ebreo. Anche per gli ebrei, l’origine nazionale, la religione, il senso di un destino comune e il senso della loro singolarità, devono avere un significato decisivo per costruire il futuro. Possiamo dire che l’individualismo forgiato durante l’epoca liberale deve lasciare il posto a un senso della comunità e della responsabilità collettiva (…) crediamo che precisamente la Nuova Germania quella che, grazie ad una volontà determinata di risolvere il problema ebraico, possa risolvere un problema che corrisponde a tutti i popoli europei (…) Il nostro riconoscere la nazionalità ebrea potrà gettare le basi di una sicura amicizia con il popolo tedesco e le sue realtà sociali e razziali. E soprattutto in quanto ci pronunciamo contro i matrimoni misti e ci impegnamo a conservare la purezza del gruppo razziale ebreo, noi rifiutiamo qualsiasi mescolanza culturale. Noi, che non siamo né linguisticamente né civilmente tedeschi, manifestiamo la nostra ammirazione e la nostra sincera simpatia per la cultura e i valori tedeschi (…) Per puntare ai suoi obiettivi pratici, il sionismo spera di essere capace di collaborare anche con un governo ostile agli ebrei, perché nella soluzione del problema ebreo, non c’è posto per il sentimentalismo, dovendo affrontare il problema cercando di risolverlo nel modo più interessante per tutti e due i popoli e, principalmente, in questo momento, per il popolo tedesco (…) La realizzazione del sionismo non passa per il risentimento degli ebrei stranieri contro la propaganda tedesca (…) La propaganda favorevole al boicottaggio contro la Germania è, essenzialmente, non sionista, perché il sionismo non è per la distruzione ma per ostruire ed edificare”. La ZVfD doveva così sforzarsi di “sollevare tra gli ebrei stranieri il boicottaggio antitedesco, (con la condizione) di essere considerata come l’organizzazione ebrea più rappresentativa al momento di trattare con la Nuova Germania”.
Lungi dal denunciare questa politica, lo stesso congresso dell’Organizzazione Sionista Mondiale, rifiutò una mozione che chiamava alla mobilitazione contro Hitler, per 240 voti contro 43. “Nel momento in cui iniziava il congresso, Hitler annunciò la conclusione di un accordo commerciale con la Banca Anglo-Palestina dell’OSM, accordo che ruppe il boicottaggio ebreo contro il regime nazista in un’epoca nella quale l’economia tedesca era straordinariamente vulnerabile, soffrendo ancora della Grande Depressione che avava lasciato il marco senza valore effettivo sui mercati. La OSM ruppe il boicottaggio e si convertì in uno dei principali distributori di merci naziste in Medio Oriente e in Europa del nord. La OSM fondò l’ Ha’arara, una banca con sede in Palestina, destinata a ricevere denaro dalla borghesia ebrea tedesca, nella quale i commercianti nazisti compravano a credito importanti quantità di merci (…)”.
Contro i matrimoni misti
Ciò nonostante, in quel periodo Jabotinsky si proninciava a favore del boicottaggio antitedesco. Dichiarava che nella lotta contro la Germania, il boicottaggio era una delle armi principali. Nel 1934, un emissario della comunità ebrea tedesca, Siegfried Stern, andò a Parigi con l’intenzione di persuadere Jabotinsky affinché moderasse la sua campagna antitedesca, e lo fece con il consenso tacito del Ministero degli Interni, della Gestapo e dell’ufficio per la Politica Razziale del NSDAP. A differenza delle altre organizzazioni ebree, i dirigenti del sionismo tedesco furono autorizzatib a mantenere tutte le relazioni che avevano con i loro colleghi stranieri.
Dopo le Leggi di Norimberga, riguardanti la proibizione dei matrimoni misti e le relazioni sessuali tra ebrei e tedeschi (con un articolo che indicava espressamente che gli Ebrei costituivano una nazionalità straniera minoritaria), il Jüdische Rundschau, controllato dalla ZVfD, si congratulò per l’adozione di queste misure: “Las Germania ha soddisfatto le richieste del Congresso Sionista Mondiale dichiarando che gli ebrei residenti in Germania costituiscono una minoranza nazionale (…) Le nuove leggi offrono alla minoranza ebreqa in Germania la loro propria via culturale, la loro propria via nazionale. Nel futuro sarà loro possibile fondare proprie scuole, propri teatri, proprie associazioni sportive. In breve, il popolo ebraico potrà forgiare il proprio avvenire in tutti gli aspetti della vita nazionale”.
Georg Kareski non arrivò oltre nella sua famosa intervista al giornale di Goebbels: “Dopo lunghe riflessioni, sono convinto che una separazione completa tra le culture dei nostri due popoli è la condizione necessaria per una coesistenza senza conflitti (…). Da molto tempo sono favorevole ad una separazione così, che riposa su di un rispetto delle nazionalità straniere (…). Le Leggi di Norimberga, al di là delle loro considerazioni giuridiche, propongono una vita separata sulla base del mutuo rispetto (…) Questa interruzione del processo di dissoluzione di numerose comunità ebraiche, dissoluzione che si realizzava nei matrimoni misti, è, dal punto di vista ebraico, recepita favorevolmente”. Come lo scrittore Brenner, i dirigenti sionisti “erano convinti che le leggi razziali, opponendosi ai matrimoni misti, dessero l’occasione di considerare di Ebrei come stranieri residenti in Germania e questo avrebbe obbligato Hitler a esercitare su di loro una protezione diplomatica”. Non c’è da meravigliarsi che il giornale revisionista palestinese Hapoel Hatsaïr dichiarasse che le persecuzioni agli Ebrei tedeschi erano un “castigo” contro coloro che volevano integrarsi in una società che non era la loro: “Gli Ebrei tedeschi non sono perseguitati oggi per i loro sforzi per creare una nazione, ma per il loro poco impegno nel conseguirla”.
Favorire l’emigrazione ebrea
La cooperazione tedesco-sionista riposava su di un accordo firmato nell’agosto del 1933, lo Ha’avara (”trasferimento”, on ebraico), tra il governo tedesco e Chaim Arlozoroff, segretario politico dell’Agenzia Ebrea, il braccio palestinese dell’OSM. Furono create due compagnie: la Ha’avara Company, a Tel-Aviv, e la Paltreu, a Berlino. Ogni emigrante ebreo tedesco avrebbe depositato la propria quota (minimo 1000 lire sterline, imposte dal governo britannico) in un fondo speciale in Germania; le 1000 sterline (più o meno il salario di 3 anni di una famiglia borghese) sarebbero state poi rimborsate, per valigia diplomatica, in Palestina, facendosi così beffe dei controlli doganali.
Lungi dal preoccuparsi per le condizioni degli Ebrei tedeschi, l’Agenzia Ebrea, responsabile dell’emigrazione verso la Palestina e controllata dai sionisti, si preoccupava più per la qualità degli immigrati, per la loro capacità di lavoro, etc. “Il materiale umano arrivato dalla Germania è ogni volta più scadente”, denunciava l’Agenzia Ebrea nel 1934. “Non arrivano con l’idea di lavorare, ma per ricevere assistenza sociale”. Tom Serguev osserva che, nel 1935, l’Agenzia “inviò a Berlino una nota sul numero di persone che bisognava inviare in Palestina”. Lo stesso Serguev rivela che i responsabili del lavoro sociale dell’Agenzia Ebrea avvertirono che delle persone giunte con malattie e in stato di bisogno, sarebbero state rispedite nella Germania nazista. Nel 1935 si decise di consegnare i certificati di immigrazione “con la condizione che nulla autorizzi a pensare che gli immigrati possano rappresentare un peso per il paese (…) Ogni persona dedita al commercio o ad altre attività simili non riceverà il certificato in nessun caso, a meno che non si tratti di un veterano militante sionista”.
Dal 1933 al 1935, la OSM rifiutò il visto a oltre i due terzi dei richiedenti, dichiarando tra l’altro di privilegiare i giovani sugli anziani. Berrel Katznelson, editore del giornale sionista di sinistra Da’var, descrisse questo “crudele criterio del sionismo”: “Gli Ebrei tedeschi sono costretti a inviare i giovani senza compagnia; senza i mezzi necessari per costruire una colonia sionista in Palestina. Non parlano ebraico e non capiscono che cosa sia il sionismo. Di fronte agli Ebrei che si vedevano condannati allo sterminio, l’OSM non solo non fece nulla per evitarlo, bensì si opposero a tutti gli sforzi che venivano fatti per trovare rifugio agli Ebrei che fuggivano”.
http://www.qlibri.it/saggistica/stor…-di-mussolini/
http://www.libreriauniversitaria.it/…/9788882899899
http://www.sodalitium.biz/index.php?…ry_view&iden=5)

venerdì 18 luglio 2008

IL CARTEGGIO CHURCHILL-MUSSOLINI
Di Alberto Bertotto
Come mai l’Italia è entrata nella seconda guerra mondiale? E perché per mesi ha evitato di mettere in campo operazioni militari di un certo rilievo? E’ possibile che l’improvvisa decisione di Mussolini del giugno 1940 avesse, tra le sue premesse, anche contatti segreti con Londra? Insomma, l’Italia nel 1940 si è mossa sulla falsariga del 1915, quando il segretissimo “Patto di Londra” ha determinato la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale? Domande che potrebbero avere una risposta se conoscessimo i contenuti del carteggio Mussolini-Churchill, uno degli enigmi più misteriosi della storia del Novecento. Intorno a quelle carte, per molti anni dopo la fine della guerra, si sono mossi, oltre ad agenti segreti, faccendieri, partigiani e ufficiali di varie nazionalità, personalità del calibro di Palmiro Togliatti, di Alcide De Gasperi e di Umberto II di Savoia. Ma più di tutti lo ha fatto l’albionico Winston Churchill in persona, il vincitore in assoluto della seconda guerra mondiale.Da diversi decenni si continua a favoleggiare sull’esistenza e sul contenuto del cosiddetto carteggio Churchill-Mussolini. Ne sembra certa l’esistenza e sembra altrettanto certo che Benito Mussolini lo avesse con sè durante il suo ultimo viaggio nella provincia di Como. Pare altrettanto documentato il pignolesco zelo che, in quei giorni convulsi e drammatici, gli inglesi manifestavano per rientrare in possesso della documentazione che era nelle mani del leader fascista. Essa potrebbe offrire, per taluni specifici momenti storici (quale, ad esempio, l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940), una chiave di lettura depurata dalla inevitabile retorica dei vincitori. E’ dunque evidente che vi è un interesse specifico degli studiosi ad impadronirsi del carteggio intercorso fra il premier inglese ed il presidente del Consiglio dei Ministri dell’epoca, il Duce del fascismo Benito Mussolini.Da più di mezzo secolo molti si domandano se negli anni che hanno preceduto e accompagnato la seconda guerra mondiale c’è stato o meno uno scambio epistolare non ufficiale tra due personaggi storici che erano acerrimi nemici: Mussolini e Winston Churchill. Nel maggio 1940 Churchill assume la carica di primo lord inglese. Sono quelli i giorni più difficili per le nazioni schierate contro Hitler che ha invaso l’Europa. Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio e Olanda sono stati occupati. In Francia gli eserciti di Parigi e Londra sono alle strette e sul punto di essere circondati. Sembra che il nazismo possa trionfare, da una settimana all’altra, sull’intero continente europeo. E’ questo il contesto in cui sono intercorsi contatti segreti con Roma per impedire che l’Italia partecipasse attivamente al secondo conflitto mondiale. Gli inglesi e soprattutto i francesi, avrebbero chiesto a Mussolini di entrare in guerra a fianco della Germania nazista. All’armistizio, pensavano che il Duce potesse influire su Hitler per moderarne le richieste fatte a discapito delle Nazioni inginocchiate dalla pesante sconfitta militare. Per l’opera di mediazione, Mussolini avrebbe ottenuto grosse gratificazioni territoriali, soprattutto in Africa. Dino Campini (segretario del Ministro fascista dell’Educazione Nazionale Carlo Alberto Biggini) ha, infatti, scritto: “Se i fatti consentono interpretazioni, se è valida la catena delle cause e degli effetti, si deve ammettere che l’Italia cominciò la guerra per non farla, ma soltanto per inserirsi in un gioco politico”. La guerra, però, ha ben presto preso una andazzo del tutto diverso. L’Inghilterra con l’aiuto degli Stati Uniti è riuscita a fronteggiare la disastrosa situazione in cui si dibatteva. Già nel 1942 i rapporti di forza erano cambiati. Le promesse di qualche anno prima tornavano a discapito di chi le aveva fatte, cioè di Churchill. Chi le aveva tacitamente accolte, Mussolini, pensava, invece, di utilizzarle per ottenere favorevoli garanzie di pace.Tra l’autunno 1943 e l’aprile 1945 Mussolini risiedeva a Gargnano, sul lago di Garda, a villa Feltrinelli. Negli ultimi mesi di vita il dittatore fascista cercava di portare avanti una trattativa occulta con gli inglesi. Ci sono molti indizi che lo fanno pensare. Intercettazioni telefoniche e postali effettuate dai tedeschi, numerose dichiarazioni dello stesso Mussolini e testimonianze di suoi più stretti collaboratori: sono molte le tracce a riprova che ci sono stati dei contatti segreti tra il Duce ed emissari degli alleati. Mussolini, il 10 settembre 1944, così scriveva al Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, comandante delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana (RSI): “Soltanto il carteggio, ormai voluminoso, in caso di bisogno, parlerà e spezzerà ogni lancia puntata verso di noi. Il solo conoscere dell’esistenza dei miei incartamenti fa paura a troppi, sia a Vittorio Emanuele III sia a Badoglio. Ma anche lo stesso Churchill e lo stesso Hitler saranno obbligati ad attenersi ad una linea veritiera. Anche questo scopo verrà raggiunto”. In un’altra lettera di Mussolini al Graziani si legge: “Al momento ritengo di grande importanza portare al sicuro questi incartamenti, in primo luogo lo scambio di lettere e gli accordi con Churchill. Questi saranno i testimoni della malafede inglese. Questi documenti valgono più di una guerra vinta, perché spiegheranno al mondo le vere, le sole ragioni del nostro intervento a fianco della Germania”.Questo è il tono di una terza missiva mussoliniana inviata al canuto e longilineo Maresciallo d’Italia (7 marzo 1945): “Caro Maresciallo, Churchill sa che io ho le cartucce pronte. Certamente si mangia le unghie per la sua lettera dell’ottobre 1940, ora che si trova nelle grinfie dell’orso rosso. E se io agissi? La sua posizione diverrebbe insostenibile, sarebbe la fine, potrebbe avere come conseguenza il suo siluramento. No, non sono di tale avviso. Per noi è un ponte, un appiglio in caso di estrema necessità. Tutto questo Churchill lo sa benissimo. Parlare di tutto questo a Hitler? Guai! Lui agirebbe subito, forse pregiudicando definitivamente tutto, con il suo temperamento, il suo caratteraccio. Si perderebbe con atti inconsulti. Vi ripeto Maresciallo, queste ultime armi morali devono essere custodite gelosamente. Dovessimo soccombere materialmente, moralmente saremo imbattuti, saremo invulnerabili. Gli stessi eventuali vincitori saranno i soli ad essere compromessi”. Parlando al telefono con Alessandro Pavolini (segretario del Partito Fascista Repubblicano) il capo del fascismo saloino ha detto: “Al momento ritengo che la cosa più importante ed utile sia il portare al sicuro le nostre carte, soprattutto la corrispondenza e gli incartamenti sugli accordi segreti con Churchill”. Il 15 aprile 1945 Mussolini si rivolgeva al suo vecchio amico Nicola Bambacci con queste parole: “Allo stato attuale poco mi resta. Solo le nostre carte possono essere la nostra salvezza materiale e morale. Dovessi essere assassinato o morire in combattimento, sfruttate i documenti: è in gioco l’interesse della Nazione”.In una telefonata del 22 marzo 1945, Mussolini si confidava con Claretta Petacci, esprimendosi in questi termini: “Lui (Pavolini) non conosce gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Non ne ho parlato con nessuno. E Churchill ancora meno. Bisognerà raccontare una buona volta questa storia. Chi dovrebbe parlarne oggi? In tutto la conoscono solo cinque persone”. Il 14 marzo 1945, il Duce scriveva all’amante: “Claretta mia cara, hai ragione. Si avvicina il giorno in cui Hitler si convincerà della necessità di trattative dirette con l’Inghilterra. Lui conosce le mie possibilità. Però, agire d’accordo con Hitler significa rischiare di correre il pericolo di compromettere la nostra situazione e la nostra possibilità di salvare il salvabile. Agire di nostra iniziativa da soli? Non è consigliabile. Ma a chi rivolgerci?”. Telefonando al Ministro dell’Interno Paolo Zerbino (25 marzo 1945), il leader fascista gli ha ordinato: “Fate meglio che potete. Sono già pronte tre fotocopie. Mandate subito il materiale a Milano. Le altre copie fatele portare qui, con gli originali. Per gli ultimi il luogo di destinazione è già scelto. Io stesso terrò poche carte. Non si sa mai a cosa si può andare incontro, e bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte degli incartamenti possa cadere in mano a gente che abbia interesse a distruggerli o a nasconderli”.Nel marzo del 1945, al suo Ministro dell’Economia Corporativa, Angelo Tarchi, Mussolini ha confidato: “Ho qui una documentazione della quale, data la sua estrema importanza internazionale, non ho ritenuto fare copia: io devo salvare questa documentazione e specialmente una parte di essa. Vedete in questa lettera di Churchill vi è il perché, il motivo per il quale l’Italia è entrata in guerra, è stato anzi il momento in cui tutto sembrava perduto per l’Inghilterra. Si è sperato che io potessi, nella vittoria dei tedeschi, mitigare lo smisurato potere di Hitler: questo è anche il motivo per il quale nel 1940 non riunii il Gran Consiglio per farlo deliberare sulla guerra, anche se ciò significava violazione dello Statuto”. Le stesse cose le ha riferite Pino Romualdi, un altro fedelissimo del Duce. Il 20 aprile del 1945 al direttore del Popolo di Alessandria, Gian Gaetano Cabella, Mussolini ha detto: “Io ho qui tali prove di aver cercato con tutte le lie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia. Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno”. Estraendo un plico di carte dalla tasca interna della giacca il dittatore, a metà d’aprile del 1945, ha detto ad Asvero Gravelli, un suo fedele sottoposto: “Queste lettere sono la nostra salvezza. Qui ci sono i veri motivi che mi hanno indotto a prendere la decisione di entrare in guerra”.La guardia del corpo del dittatore, Pietro Carradori, da poco scomparso, ha riferito di aver accompagnato due volte il leader fascista a Porto Ceresio, presso Varese, a un passo dalla Svizzera. Lì il Duce aveva appuntamento con fiduciari del governo britannico. Il Carradori sapeva, inoltre, di altri incontri riservati tra i belligeranti avvenuti sul lago di Iseo, nella casa di un noto costruttore d’armi. Mussolini, con la sua borsa di pelle da cui non si è mai separato fino al momento dell’arresto, partiva sempre da Gargnano. Qui, a guerra finita, sono arrivati detectives dei servizi segreti anglosassoni per cercare carte e documenti. Era la fase finale di una caccia iniziata già durante la guerra. Gli inglesi sapevano, infatti, che tra i dossiers del Duce c’era qualcosa che li poteva interessare, e non poco. Villa Feltrinelli è stata perquisita ed è stato stilato un lungo elenco dei documenti ritrovati. Un rapporto conservato a Londra, all’archivio di Stato di Kew Garden, ci notifica quello che è stato reperito e, soprattutto, quello che non è mai stato restituito alle autorità italiane, una serie di documenti opportunamente microfilmati dagli inglesi. Sempre a Gargnano, a villa delle Orsoline, Mussolini aveva fissato il suo Quartier Generale quando governava la RSI. In questa villa c’era il suo ufficio e proprio in questa sede è accaduto, nel febbraio 1945, un episodio molto eloquente. Convocato nel suo ufficio il direttore dell’Istituto Luce, Nino d’Aroma, Mussolini gli ha chiesto se poteva far riprodurre segretamente circa 200 documenti. D’Aroma ha risposto che non garantiva l’assoluta segretezza dell’operazione ed è rimasto basito quando Mussolini gli ha fatto un’insolita domanda: “Conoscono l’inglese i vostri fotografi?”. Parlando con il D’Aroma il Duce ha specificato: “Trattasi di un grosso carteggio con capi di governo e di delicati ed esplosivi documenti che in un prossimo avvenire potrebbero essere carte risolutive per il gioco politico internazionale del nostro Paese”.Da varie fonti sappiamo che negli ultimi mesi di vita Mussolini ha fatto fare varie copie di incartamenti e che ha affidato le sue carte riprodotte a varie persone (alla moglie Rachele, al Ministro Carlo Alberto Biggini, all’ambasciatore giapponese Shinrokuro Hidaka, al colonnello dei Servizi Segreti repubblicani Tommaso David e a giovani miliziani che le dovevano portare in Svizzera tra cui il lestofante Enrico De Toma). Alcuni fogli li ha fatti bruciare dal figlio Romano al momento dell’epilogo. Gli originali li teneva sempre con lui, in una borsa di cuoio che non abbandonava mai o in una piccola busta di pelle marrone che custodiva gelosamente in una tasca interna della giacca. A Milano, nei giorni immediatamente precedenti il 25 aprile 1945, il dittatore fascista si stabilisce nella Prefettura da dove partono gli ultimi tentativi per cercare di mediare un patteggiamento con i partigiani. E sempre nello studio milanese, il vecchio demiurgo riordina per l’ultima volta i suoi papiri. In questa stanza, la sera del 25 aprile 1945, prima di partire per Como, Mussolini si rivolge al suo attendente, il già menzionato Pietro Carradori, che così riporta il colloquio avvenuto tra lui ed il suo principale. Erano quasi le 20: “Mussolini mi chiamò e, con una espressione seria e solenne, aprì un cassetto della scrivania, ne estrasse una borsa di cuoio marrone chiaro, con cerniera e senza manico, la stessa borsa, la riconobbi immediatamente, che aveva con sé le due sere degli incontri con emissari inglesi a Porto Ceresio, e mi disse queste precise parole: ”.Il pomeriggio del 27 aprile 1945 Mussolini, travestito da soldato tedesco, viene arrestato dai partigiani sulla piazza di Dongo. Da questo momento le testimonianze sull’esistenza di un carteggio tra Mussolini e Churchill non si esauriscono, ma cambiano, per così dire, canale: prima ne parlavano soprattutto i fascisti, ora sono molte le fonti che possiamo far risalire ai resistenti. A Dongo, nel salone d’oro, dopo il fermo e la cattura della Colonna Mussolini, sono stati riuniti i gerarchi e le varie borse con i documenti e i preziosi che sono stati a loro sequestrati. In uno stanzone, al partigiano Bill (vice Comissario Politico della 52° Brigata Garibaldi) che prendeva in consegna la sua borsa, Mussolini ha detto: “”. In realtà Bill, cioè Urbano Lazzaro, non ha fatto molta attenzione a ciò che stava facendo perché ha affidato per qualche ora la cartella ad alcuni patrioti che ne hanno approffitato, pare proprio in questa stessa sala, per fare un’indiscreta ricognizione. In tempi e in modi diversi ben tre persone hanno confermato che in quella borsa esisteva, tra le altre cose, una “papeletta” su cui c’era scritto “Corrispondenza Mussolini-Churchill”. Anche le borse sequestrate all’Ufficiale d’Ordinaza di Mussolini, Console della Milizia Vito Casalinuovo, e quella in mano del “cognato” del Duce, Marcello Petacci, sono state confiscate dai volontari della resistenza.Sul sito Internet www.il nostrotempo.it si legge: “Il partigiano Bill ha gestito molte delle operazioni legate al recupero e alla custodia in loco dei carteggi. Il 27 aprile, Lazzaro ha depositato alla filiale della Cariplo di Domaso due borse di documenti: la prima tenuta personalmente da Mussolini, la seconda affidata invece dal dittatore a Vito Casalinuovo, l’ufficiale addetto alla sua persona. I due colli sono stati prelevati e nascosti il 2 maggio successivo dietro l’altare della chiesa di Gera Lario. Il giorno seguente, qualcuno a conoscenza della singolare ubicazione delle borse, ne ha alleggerito il contenuto facendo sparire, in particolare, il dossier sulle inclinazioni omosessuali di Umberto di Savoia. A questo proposito, si è sospettato che l’autore del prelevamento sia stato Bill, anche se l’interessato ha sempre smentito recisamente, giungendo ad addossare la responsabilità del furto al brigadiere della Finanza Antonio Scappin che aveva effettivamente movimentato il materiale”. Pochi giorni dopo, le carte di Mussolini sono state portate a Como, alla sede del Partito Comunista Italiano (PCI) dove, ai primi di maggio, il capo della locale federazione, Dante Gorreri, ha fatto fare una prima copia dei papiers mussoliniani.In seguito, dopo l’arrivo a Como di un giornalista dell’Unità proveniente da Roma (Ugo Arcuno), il Gorreri (definito dai suoi stessi compagni “il padrone”) è tornato da Ballarate (il fotolitore) e ne ha fatto riprodurre una seconda copia, tacendo di averne già fatta una in precedenza. Cosicchè una riproduzione del carteggio è finita a Roma, alla sede del PCI, mentre una è restata in mano al Gorreri. E’ questa la copia (62 lettere autografe) che il partigiano azionista Luigi Carissimi Priori ha sottratto al Gorreri. Il Priori l’ha poi consegnata, tramite il conte Pier Maria Annoni D’Anguissola, ad Alcide De Gasperi che dovrebbe averla depositata in una istituzione svizzera. Gli originali, il Gorreri pare li abbia venduti agli inglesi per una cifra iperbolica (due milioni e mezzo di lire di allora). Raffaele Pinto (Cremonesi) ha inviato, il 29 settembre 1945, una lettera al Comitato Nazionale di Liberazione (CNL) di Como in cui c’era scritto: “Tralasciando altri particolari, vengo immediatamente al fatto più grave del quale noi del CNL non possiamo scindere le nostre responsabilità. Esistevano, e ciò è notorio, documenti di un carteggio personale fra Mussolini e Churchill e fra Mussolini e Chamberlain. Ora si è avuta la notizia incredibile che questi documenti, di una importanza così evidente per la nazione e per la Storia, sono stati ritirati da ufficiali inglesi dell’Intelligence Service in occasione della visita di Churchill sul lago di Como”.Questa tranche di missive indirizzate da Churchill a Mussolini e viceversa riporta tutte date anteriori al 1940. Essa sarebbe, pertanto, solo una parte del fantomatico carteggio epistolare che i due statisti si sarebbero vicendevolmente scambiati. La sua importanza deriva dal fatto di contenere diverse lettere molto imbarazzanti impostate dal premier inglese. Esse mettono a rischio i rapporti con la Francia, con la Grecia e con la Jugoslavia: prima del conflitto, mettendo nero su bianco, “Winnie” aveva, infatti, promesso a Mussolini, per convincerlo a schierarsi con gli alleati contro Hitler, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodeccaneso, di tutte le colonie, della Tunisia, della Corsica e di Nizza e, forse, anche di Malta (cosa improbabile visto che quell’isola era sotto la sovranità britannica). Ben più significative (in verità machiavelliche) sarebbero le lettere che il Duce ha inviato a Churchill nell’aprile del 1945. L’ultima, il 24, doveva essere inoltrata in Svizzera dal tenente dell SS Frantz Spoegler, il custode nazista della Petacci. In questa Mussolini con tono arrogante chiedeva garanzie di salvezza per se e per i suoi fedeli camerati che non l’avevano abbandonato al momento del disatroso epilogo finale. Poco prima Churchill gli avrebbe garantito, mettendolo “a verbale”, il riconoscimento della RSI come Stato combattente e promesso di assumersi personalmente il compito di tutelare la salvaguardia del capo fascista, nonché quella dei suoi familiari.Intelligence, diplomazia, addirittura l’ambasciatore inglese in Italia: non si sanno quante sono state le operazioni effettuate per recuperare, legalmente o illegalmente, le carte di Mussolini. Churchill stesso, in incognito (aveva assunto il nome di colonnello Warden), è venuto più volte in Italia e il suo andirivieni ha suscitato non poche perplessità. Nel settembre 1945 Churchill fa il primo di una serie di viaggi nel nord del nostro Paese. Motivazione ufficiale: una vacanza per dedicarsi a quella che era la sua passione preferita, la pittura. A quell’epoca, tuttavia, non sono sfuggite alcune singolari coincidenze. Il cocciuto Winston si è, infatti, recato prima sul lago di Como e poi su quello di Garda. Sul lago di Como l’ex premier inglese non solo si è installato sulla stessa sponda che aveva visto lo strano tergiversare di Mussolini nell’aprile 1945, ma, tra un quadro e l’altro, ha intrapreso una serie di iniziative decisamente “sospette”: ha visitato il direttore della banca di Domaso, Ermanno Ghibezzi, dove erano state depositate le borse di Mussolini; si è intrattenuto con il graduato della Guardia di Finanza (colonnello Luigi Villani) che aveva avuto a che fare con Mussolini prigioniero; è andato, senza essere invitato, in una villa (villa Miglio) dove i partigiani di Dongo avevano nascosto i documenti sequestrati al leader fascista in fuga verso la Valtellina.Dopo, quando è arrivato sul Garda, Churchill si è stabilito in prossimità di villa Fiordaliso, ex residenza di Claretta Petacci, l’amante e la confidente del Duce, e si è incontrato con il falegname che aveva costruito, su ordine dello stesso Mussolini, alcune casse a tenuta stagna, finite nel lago, che si diceva avvessero contenuto alcuni dossiers del Duce. Sempre in quei giorni Churchill ha cercato, invano, di contattare anche uno dei capi dei servizi segreti della RSI, il colonnello Tommaso David, un personaggio a cui Mussolini aveva dato una copia del suo prezioso carteggio. Il 28 ottobre del 1945 il settimanale “Voix Ouvrière” di Ginevra è uscito con un’illustrazione a tutta pagina nella quale si vedeva Churchill, seduto davanti ad un caminetto, intento a gettare delle carte nel fuoco. Nel 1949 (luglio), in occasione di un suo nuovo viaggio in Italia, lo statista inglese ha visitato a Maderno villa Gemma, già residenza del ministro Carlo Alberto Biggini a cui Mussolini aveva affidato una riproduzione delle sue carte.Gli incartamenti di Mussolini interessavano, come anzi detto, soprattutto agli inglesi. In un verbale stilato dai servizi segreti britannici prima della fine della guerra si legge: “Poiché una parte del materiale può essere compromettente per i governi Alleati e alte personalità italiane, è nell’interesse degli Alleati mettere al sicuro gli archivi”. Sia prima che dopo la cattura, il Duce ha detto di essere sicuro di un fatto: spie inglesi erano sulle sue tracce per sopprimerlo. La cosiddetta “Pista inglese”, l’ipotesi che prevede un coinvolgimento dell’Intelligence anglosassone nella morte di Mussolini, ha trovato più di uno storico disposto a sottoscriverla.Per non essere mai esistito, come dicono gli scettici, il carteggio Mussolini-Churchill ha lasciato indubbiamente molte orme pesanti. Una tra le peste più consistenti porta a Roma, al colle del Quirinale. C’è da considerare seriamente l’ipotesi che, dopo mille peripezie, una copia del carteggio Churchill-Mussolini sia finita, anzi sia tornata, dopo la guerra, proprio nella capitale, lungo le rive del Tevere. Ovviamente all’ultimo Re d’Italia non è stato consegnato solo il carteggio, ma molti altri documenti provenienti dalle carte segrete del dittatore. Nei meandri dei Savoia, sono stati recentemente ritrovati alcuni fascicoli provenienti proprio dall’archivio privato di Mussolini. Custoditi per oltre 50 anni da un ex ufficiale monarchico, Mario Alicicco (li aveva ricevuti da Umberto II poco prima della sua partenza per l’esilio), sono ora depositati nell’Archivio Centrale dello Stato. Umberto II ha consegnato ad Alicicco solo alcune delle carte che aveva ricevuto di recente o che conservava da molto tempo. Sembra infatti che, come Alicicco, anche altri ufficiali fedeli ai Savoia abbiano avuto in deposito da Sua Maestà papiri e documenti top secret. Molto probabilmente tra quegli incartamenti c’era anche il fantomatico carteggio Churchill-Mussolini. Pochi mesi prima della fine della Monarchia in Italia, una parte importante della documentazione che Mussolini portava con sé negli ultimi giorni di vita sarebbe stata recuperata e consegnata, ancora una volta, ad Umberto II di Savoia. Gliel’ha fornita Aristide Tabasso, uno “strano” individuo di cui avremo modo di parlarne più dettagliatamente in seguito.Ma affrontiamo il problema partendo sin dall’inizio. Senza dubbio l’ipotesi che prevede l’esistenza di un carteggio Mussolini-Churchill, accezzione sui generis con la quale vanno discriminati tutti quei contatti diplomatici segreti intercorsi, tra Italia e Gran Bretagna, subito prima e durante la seconda guerra mondiale, si fonda su una serie di elementi non trascurabili. Passiamoli in rassegna uno per uno. Mussolini aveva carte cui annetteva una grandissima importanza e ha fatto fuoco e fiamme per preservarle e per duplicarle. Il Duce, tutt’altro che uno sprovveduto, ha detto più volte di avere appropriate “pezze di appoggio” che avrebbero dimostrato inequivocabilmente la sua buona fede, chiudendo la bocca ai suoi numerosi nemici e riabilitando la sua immagine di fronte al giudizio dei posteri. Ben prima dell’aprile 1945, gli inglesi hanno dimostrato un palese interesse per gli incartamenti del capo fascista. Dopo la sua morte hanno lasciato molti segni che hanno ribadito la loro attività di Intelligence finalizzata proprio al recupero dei dossiers provenienti dagli archivi segreti del dittatore. Una attività che si è protratta per alcuni anni anche a guerra ormai finita.Non solo si è parlato di un carteggio tra Mussolini e Churchill prima dell’aprile 1945, ma sull’esistenza di quel carteggio si sono dichiarati consenzienti un pò tutti: fascisti e Mussolini per primi, ovviamente, ma anche partigiani, tedeschi e, in almeno un paio volte, gli stessi inglesi. Abbiamo, quindi, un cospicuo numero di testimonianze (decine e decine la cui origine è eterogenea) che confluiscono tutte su di un unico punto. Ma in primo luogo dobbiamo soffermarci su un altro aspetto del problema: perché si voleva mettere la sordina a tutta la faccenda delle carte mussoliniane? La risposta è una sola: una volta finita la guerra, la scoperta eclatante del carteggio Churchill-Mussolini dava fastidio e dispiaceva a molti: non poteva di certo, innanzitutto, far comodo agli italiani intesi come Nazione. Ha, infatti, scritto Sergio Romano: “I paesi si misurano dalla verità con cui giudicano se stessi dopo una guerra perduta, dal processo che essi intentano alle proprie responsabilità. In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa né processo alla nazione (…) Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista gli italiani hanno stretto un patto tacito con l’antifascismo trionfante i cui termini, grosso modo, erano questi: avrebbero permesso alla nomenklatura antifascista di governarla purché essa non le chiedesse conto di ciò che aveva fatto nei vent’anni precedenti (…) e gli alleati dovettero stare al gioco. Se il fascismo era davvero, come essi avevano sostenuto per meglio vincere la guerra, una sorta di incarnazione satanica, un “male” generato dal male, nessuna potenza vincitrice era tenuta ad interrogarsi sulle cause della seconda guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della prima. Promuovendo il fascismo al rango di “male assoluto” gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo solo, Mussolini”. Scoperchiare una pentola in ebollizione che metteva in discussione il recente passato avrebbe, indubbiamente, costretto gli italiani ad una profonda introspezione, un esame di cui non sono mai stati entusiasti sostenitori. Meglio era, invece, lasciar le cose come stavano prima, a prescindere da quella che era la reale dinamica degli avvenimenti appena trascorsi.Il secondo luogo, la scoperta del carteggio non poteva certamente far comodo agli antifascisti che, nel dopoguerra, erano la classe dirigente del nostro Paese. Oltre ad essere parte integrante del tacito patto a cui accenna Romano, gli esponenti della rinata Italia democratica avevano, quindi, l’esigenza manifesta di salvaguardare la collocazione internazionale dell’Italia, una nazione saldamente ancorata, negli anni della guerra fredda, al blocco occidentale. In una logica di contrapposizione tra blocchi, non poteva esserci spazio per la riapertura di una questione tutt’altro che accademica: agli inizi degli anni Cinquanta, ad esempio, la sorte di Trieste (amministrata proprio dagli inglesi) era appesa ad un filo, senza contare il fatto che, proprio in quel periodo, Churchill era tornato ad essere di nuovo il primo Ministro degli inglesi.Un’altra considerazione, a questo punto, va fatta: Mussolini aveva sicuramente accumulato importanti e probabilmente compromettenti dossiers non solo su Casa Savoia e sui suoi principali diadochi, ma anche sull’intero establishement del fuoriuscitismo e dell’antifascismo italiano. Tutto ciò è sparito unitamente alle lettere scambiate da Mussolini con Churchill e con altri statisti europei. Infine, sempre per restare nel campo dell’antifascismo, ammettere ufficialmente l’esistenza di carte segrete, sottratte a Mussolini prima della sua uccisione, poteva voler dire riaprire questioni urenti come, ad esempio, il presunto salvataggio di Nenni dalle grinfie dei tedeschi o, ancora peggio, la scabrosa questione del delitto Matteotti. Ricordiamoci che alcuni anni fa Renzo De Felice ha accusato esplicitamente Palmiro Togliatti di aver fatto distruggere gli incartamenti di Mussolini relativi all’affaire Matteotti. Quegli stessi incartamenti avevano convinto Carlo Silvestri, uno dei suoi più strenui e accaniti accusatori quando non era ancora diventato un mussoliniano convinto, che il dittatore non aveva avuto alcuna responsabilità in quell’oscuro delitto perpetrato, a sua insaputa, dai fascisti più intransigenti.In terzo luogo, Un carteggio segreto tra Mussolini e Churchill dispiaceva anche a molti fascisti. Ammettere l’esistenza di trattative segrete con gli inglesi voleva dire ammettere l’inconsistenza di capi saldi che avevano alimentato la polemica italiana contro la “Perfida Albione”. Inoltre l’ipotesi di un Mussolini teso a intrallazzare con Churchill, per tutto la durata della guerra, si scontrava duramente con l’immagine oleografica creata dalla pubblicistica fascista nel dopoguerra: un’immagine che dipingeva il Duce come un fedele alleato, conscio della necessità di una lotta all’arma bianca sia contro il grande imperialismo “demoplutocratico” che contro il bolscevismo imperialista sovietico.E’, inoltre, implicito che non poteva giovare agli inglesi il far sapere che il loro primo Ministro, il campione della resistenza europea e democratica al nazifascismo, aveva trescato a lungo con Mussolini. Infine un carteggio Mussolini-Churchill risultava scomodo a quella parte degli storici che, ideologicamente condizionati, numericamente prevalenti e politicamente, nonchè editorialmente bene introdotti, si sarebbero visti obbligati se non a riscrivere almeno a rivedere, in buona parte, le cause che avevano giustificato l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale.Ma torniamo breve mente ai punti fermi che rendono credibile l’ipotesi circa l’esistenza di un carteggio Churchill-Mussolini. Il Duce, l’abbiamo già detto, aveva carte cui attribuiva somma importanza e su cui confidava per poter giungere, in pieno 1945, ad una pace onorevole. Qualora non bastassero le numerosissime dichiarazioni di Mussolini, riportate ora da questo ora da quell’epigono e quasi tutte comprese tra l’estate 1944 e l’aprile 1945 (un arco temporale in cui altre testimonianza circoscrivono la serie di incontri che il Duce ha avuto con emissari inglesi), due fatti ci riportano alle stesse conclusioni probatorie. Il primo lo abbiamo già ricordato: gli inglesi avevano un grande interesse per le carte di Mussolini. Il secondo è rappresentato da un documento che proviene dal Public Record Office di Londra. Si tratta di un rapporto, datato 24 maggio 1945, che porta la seguente intestazione: “Catalogo preliminare dei documenti trovati nella villa di Mussolini”. Sono ben 7 fogli in cui viene sommariamente elencato il contenuto degli schedari sequestrati a villa Feltrinelli (la residenza privata dove Mussolini abitava in quel di Gargnano). Un fascicolo ha attirato l’attenzione degli Storici. Si tratta di un “Piano per dividere gli Alleati”. Era etichettato come piano segretissimo e portava la data: “aprile 1945”.Un altro documento inglese rivela, tra i tanti, la cupidigia britannica verso i dossier di Mussolini. Si tratta di un rapporto, datato 23 febbraio 1945, che è stato redatto dal Political Warfare Executive inglese. Il rapporto fa il punto sulla dislocazione e sul contenuto dei vari archivi mussoliniani. Nelle note finali si possono leggere, tra le altre cose, le seguenti frasi, una delle quali l’abbiamo già riportata: “L’archivio militare segreto è nell’Italia occupata dalla Germania ed è un obiettivo importante delle prossime operazioni dell’Intelligence. Poiché una parte del materiale può essere compromettente per i governi Alleati e alte personalità italiane, è nell’interesse degli Alleati mettere al sicuro gli archivi”. Gli inglesi, quindi, tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1945, valutavano le carte di Mussolini nello stesso modo in cui le valutava il dittatore proprio in quello stesso periodo. Come abbiamo riportato nelle righe precedenti, si parlava del carteggio tra Mussolini e Churchill ancor prima dell’aprile 1945. Ne parla l’allora presidente del Consiglio del Regno del Sud Ivanoe Bonomi quando si rivolge all’industriale Gian Riccardo Cella che stava per acquistare i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale che apparteneva da anni a Mussolini: “Per il bene d’Italia, diceva Bonomi alla fine del 1944, la prego di fare il possibile per far sì che Mussolini venga affidato al governo italiano. Ci interessano, oltre a lui vivo, i documenti segreti relativi alla sua corrispondenza personale con Churchill: dovrebbe possedere una o più lettere con le quali il premier britannico lo invitava a premere su Hitler affinché dirottasse verso Est, verso la Russia, e non altrove i suoi progetti di conquista”. Nel marzo 1945, un noto giornalista statunitense, Drew Pearson, uno di quegli editorialisti che vendono lo stesso pezzo a varie testate, commentando alla radio la fuga da Roma del generale Mario Roatta, ha detto che il generale era scappato con la tacita complicità degli inglesi “timorosi che egli rivelasse i compromettenti carteggi Churchill-Mussolini e lo scandaloso doppio gioco del governo britannico con i partigiani filomonarchici jugoslavi di Mihajlovic”.Sulle ambigue contraddizioni inglesi evidentemente il Duce faceva affidamento con la speranza di poterne trarre qualche vantaggio politico: non si spiegherebbe altrimenti il ritrovamento, tra le sue carte a villa Feltrinelli, del “Piano per dividere gli Alleati”. Nello stesso schedario, c’era anche un altro fascicolo che potrebbe rivelarsi assai interessante dato che conteneva, a quanto pare, il rendiconto di colloqui che Mussolini aveva avuto con diplomatici alleati tra il 1944 e il 1945. Un altro piccolo frammento indiziario che avvalorerebbe le ricorrenti voci di abboccamenti tra il dittatore ed emissari angloamericani avvenuti tra l’estate 1944 i primi mesi del 1945. Non abbiamo la certezza che quei colloqui si siano svolti realmente. Sappiamo, tuttavia, che, dopo aver messo le mani sulle carte di Mussolini (e non solo quelle che portava con sé e che erano probabilmente le più importanti) gli esperti inglesi hanno relazionato (siamo al 6 giugno) ai rispettivi superiori londinesi quanto segue: “Tra questa vasta massa di archivi italiani ci sono alcuni schedari contenenti documenti di immediata importanza dal punto di vista della sicurezza. Ci si potrebbe veramente rendere conto che potrebbero esserci dei documenti perfino in grado di avere un effetto sulla nostra politica di breve termine verso l’Italia”.
Se abbiamo qualche notizia in più su cosa era veramente questo carteggio lo dobbiamo, tra l’altro, ad un certo Aristide Tabasso, uno 007 della nostra marina che ha collaborato coi servizi segreti alleati. Il Tabasso, un accanito monarchico, quando ha recuperato incartamenti compromettenti per i britannici li ha consegnati al suo Re, lasciando con un palmo di naso i servizi d’Intelligence inglese con cui si diceva che cooperasse. Dopo mezzo secolo, il carteggio Churchill-Mussolini (originali e svariate copie fotografiche), approdato sicuramente a Londra, a Washington, a Mosca o in Vaticano, sembra aver imboccato, dietro l’input del Tabasso, anche la strada del Quirinale e subito dopo quella di Cascais, dove risiedeva il Sovrano esiliato. Per i suoi servigi il Tabasso è stato insignito con l’onoreficenza sabauda di Commendatore della Corona d’Italia. Il Re in esilio, anche all’inizio degli anni Ottanta, attraverso il suo ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, rinnovava i suoi ringraziamenti e i suoi elogi al caro e fedele capitano Aristide Tabasso.
Il Tabasso è morto, in circostanze oscure, all’inizio degli anni Cinquanta. Pare sia stato avvelenato. Secondo altri è morto d’infarto. Il figlio, sfruttando gli appunti e i documenti paterni, ha voluto raccontarci ciò che il padre aveva fatto durante la guerra e subito dopo. Il suo libro (Su onda 31 Roma non risponde) è stato sequestrato dall’autorità giudiziaria ancor prima di poter essere divulgato. I motivi, ufficiali o ufficiosi, dell’avvenuta confisca non sono noti. Ci basti sapere che in una pagina (327) c’è un’accurata descrizione delle carte mussoliniane. Ne cito il passo più saliente: “Non è un carteggio ma quasi un archivio di Stato. Si tratta di una raccolta di documenti che si aggira sui 40 kg. e Aristide Tabasso dovette trasportare per parecchio tempo quel peso per essere certo di quello che egli assicurava di aver salvato. Qualche cartella interessa molto da vicino il grande statista inglese. Il contenuto di quelle carte è sicuramente in contrasto con quanto l’opinione internazionale ha sempre creduto e crede ancora”. Tutti gli escamotages messi in atto da Mussolini per salvare i suoi documenti, e con essi la propria reputazione storica, sono risultati vani. Apodittiche echeggiano, a questo proposito, le parole di Claretta Petacci: in una telefonata a Mussolini, intercettata come di norma dai tedeschi il 2 aprile 1945, la giovane amante del capo fascista dice: “Ben ascolta il mio consiglio, sta in guardia! Hanno tutti l’interesse di farti tacere e per sempre! Tu dici: Parlano i documenti. Ma loro sanno che i documenti si comperano, si rapinano, si distruggono. Un fatto è sicuro: se tu, se il tuo carteggio dovesse un giorno essere in loro possesso, le tue ore di vita, nonché quelle del carteggio, sarebbero contate!”. Dopo sessant’anni sappiamo che tutto ciò si è puntualmente avverato nel peggiore dei modi possibili. Mussolini, e la Petacci che non c’entrava niente, sono stati impiccati per i piedi a piazzale Loreto.
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A chi vuole approfondire si consigliano le seguenti letture:
AMICUCCI, E., I 600 giorni di Mussolini. Faro, 1948.ANDRIOLA, F., Appuntamento sul lago. Sugarco, 1990.ANDRIOLA, F., Mussolini-Churchill. Carteggio segreto. Piemme, 1996.ANDRIOLA, F., Una spia chiamata Claretta. Storia in Rete, n° 19, Maggio, 2007.ANDRIOLA, F., Carteggio segreto. Churchill-Mussolini. Sugarco, 2007.ANFUSO, F., Roma, Berlino, Salò. Garzanti, 1950.BERTOTTO, A., L’ultimo segreto di Mussolini. Rinascita, 20 Dicembre, 2007.BERTOTTO, A., Mussolini estremo. Edizioni Gino Rossato, 2007.BERTOTTO, A., Erano in una piccola busta di pelle marrone le carte più segrete di Mussolini. Palomar, in corso di stampa.CABELLA, G. G. L’ultima intervista. www.cronologialeonardo.it. Reperibile per via telematica.CAMPINI, D., Lo strano gioco di Mussolini. PG, Milano, 1952.CAMPINI, D., Piazzale Loreto. Edizioni del Conciliatore, 1972.CAVALLERI. G., Ombre sul lago. Piemme, 1995.CAVALLERI, G., Il custode del carteggio. Piemme, 1997.CONTINI, G., La valigia di Mussolini. Mondadori, 1982.CURTI, E., Il chiodo a tre punte. Gianni Iuculano Editore, 2003.D’AROMA, N., Mussolini segreto. E. S. I. S. s.d.D’AROMA, N., Churchill e Mussolini. CEN, 1962.DE FELICE, A., Il gioco delle ombre (libro-DVD). www.alessandrodefelice.it, 2007.DE FELICE, R., Mussolini l’alleato. La guerra civile (1943-1945). Einaudi, 1998.DI BELMONTE, M., Il carteggio Mussolini-Churchill nel contesto della seconda guerra mondiale. fnrcsi.altervista.org. Reperibile per via telematica.DI BELMONTE, M., Il carteggio Churchill-Mussolini. fnrcsi.altervista.org. Idem.FESTORAZZI, R., Mussolini-Churchill. Le carte segrete. Datanews, 1998.FESTORAZZI, R., I veleni di Dongo. Il Minotauro, 2004.FESTORAZZI, R. “Bill” ha portato con sé nella tomba molti segreti sulla fine di Mussolini. www.ilnostrotempo.it. Reperibile per via telematica.FORENZA, M. L., Il carteggio Churchill-Mussolini: l’ultima verità. DVD, 2005.GARIBALDI , L., Vita col Duce. Effedieffe, 2001.GARIBALDI, L., La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci? Ares, 2002.GRAVELLI, A., Mussolini aneddotico. Latinità, s.d.LAZZERO, R., Il sacco d’Italia. Mondadori, 1994.LAZZARO, U., Il compagno Bill. SEI, 1989.LAZZARO, U., L’oro di Dongo. Mondadori, 1995.MUSSOLINI, R., Il Duce mio padre. Rizzoli, 2004.MUSSOLINI, R., Mussolini ultimo atto. Rizzoli, 2005.MUSSOLINI, V., Vita con mio padre. Mondadori, 1957.PETACCO, A., Dear Benito. Caro Winston. Mondadori, 1987.ROMUALDI, P., Fascismo repubblicano. Sugarco, 1992.TABASSO, F., Su onda 31 Roma non risponde. Sindico-Montanaro Editori, 1957.TARCHI, A., Teste dure. S. E. L. C., 1967.TOMPKINS, P., Dalle carte segrete del Duce. Il Saggiatore, 2004.ZACHARIAE, G., Mussolini si confessa. BUR, 2004.

venerdì 11 luglio 2008

LA “MEZZA VERITA” E’ UNA “MENZOGNA INTERA”
La lunga strada verso Marzabotto
di Filippo Giannini

Invito il lettore prima di addentrarsi nella lettura di questo articolo, di soffermarsi su quanto ha scritto il fascista antifascista Giorgio Bocca nel suo “Storia dell’Italia partigiana”: .
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Qualche lettore avrà pur visto la trasmissione televisiva “Blu Notte” condotta dal bravo Carlo Lucarelli nella serata del 2 settembre 2007, dal titolo “L’armadio della vergogna”.
Lucarelli, tracciando la storia di questo “armadio tenuto nascosto” da decine di anni, attenzione! Dai Governi di Destra e di Sinistra, “armadio” che conterrebbe documenti delle atrocità commesse dai nazisti e dai “repubblichini di Salò” (sic). Ebbene, Lucarelli ha toccato vari argomenti che vanno dalle stragi di Marzabotto alle Fosse Ardeatine, dall’Isola d’Arbe (perché Lucarelli non l’ha chiamata col nome di oggi: Rab e il racconto sarebbe stato più veritiero), ai gas gettati sugli etiopi, dal campo di Fossoli alle stragi della Xa Mas e così di seguito.
Ritengo opportuno, pertanto, prima di entrare in argomento presentare quanto andrò a scrivere in più capitoli, capitoli che saranno trattati nei prossimi numeri del giornale.
Cominciamo con. MARZABOTTO.
Lucarelli ha esordito affermando che alla strage hanno partecipato anche elementi della Xa Mas; è la stessa menzogna presentata da un collega di Lucarelli e precisamente da Arrigo Petacco. Ed ora entriamo in argomento.
Arrigo Petacco il 15 luglio 1989 presentò in televisione una delle settimanali trasmissioni “I giorni della storia”, la “storia delle mezze verità” naturalmente, la stessa “storia” presentata dal Lucarelli.
Sul video apparve una signora presentata da Petacco esattamente con queste parole: . A questo punto Petacco diede disposizioni di immettere, in video, un breve filmato sull’episodio, quindi riprese la trasmissione in diretta e riferendosi alle vittime disse: . Indicando il nome “Ludovici”, Petacco passò dalla “mezza verità” che da sola è una menzogna, alla seconda “verità” che si trasforma in “Verità”. Se dimostrata.
Andiamo avanti. Petacco passò la parola alla signora Cecchin che testimoniò efficacemente il dramma da lei vissuto. In quel massacro dove persero la vita 107 persone la signora Cecchin fu l’unica miracolosamente sopravvissuta. Nella sua chiara e raccapricciante esposizione, sempre pungolata da Petacco, la signora Cecchin nominò sette volte i “tedeschi” e mai i “fascisti”. Terminata la testimonianza della superstite, Petacco riprese: .
Nell’accusa lanciata da Petacco circa la presenza di “fascisti” nelle stragi, per quante ricerche abbiamo fatto, ci risulta che nessun “fascista” o componente dell’esercito della Rsi, abbia partecipato a quella serie di massacri.
Ne “I giorni dell’odio” pag. XXIV Alberto Giovannini attesta: . Mancano, purtroppo, più approfondite prove su questa interessante testimonianza. Infatti, se quanto riferito da Giovannini rispondesse a verità, si vorrebbe far passare per assassini, secondo la tesi di Petacco, coloro che, in effetti, sarebbero dei martiri.
Altra dichiarazione, simile a quella fornita di Giovannini ci viene riferita da Angelo Carboni nel “Elia Comini e i confratelli martiri di Marzabotto” pag. 86: . Frase caratteristica questa del nostro Appennino per significare che non sarebbe rimasto nulla.
Quale è stata la lunga striscia di sangue tracciata da Reder? Chi era Reder e quali furono le giustificazioni dei tedeschi per tante atrocità? Per una serena valutazione storica che non debba risentire di condizionamenti emotivi, è necessario immergersi in quel drammatico periodo che fu la guerra fra il ’43 e il ’45. In quegli anni l’attività partigiana si manifestava nel Centro Nord Italia con imboscate, attentati alle vie di comunicazione, colpi contro singoli soldati o civili. Questi fatti, che i partigiani chiamavano “azione di guerra” lasciano comunque comprendere le cause che portarono a spietate rappresaglie nell’Appennino emiliano. A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò, il 1° agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva che qualora quelle “azioni” fossero continuate di aver 1) iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …
2) costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio>.
Kesselring era un soldato d’onore, ma chi eseguì gli ordini non lo era.
Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura. Lo stesso dicasi per i “sabotatori”>.
Sempre dal “Diritto Internazionale”, voce “Rappresaglia”: Come postilla è interessante riportare quanto previsto sempre dal “Diritto Internazionale”>.
<5>. Dettato completamente dimenticato dai russi in Afghanistan, dagli americani in Vietnam, in Somalia e, ancor oggi in Irak; senza dimenticare le operazioni di spietata rappresaglia commessi dagli israeliani contro i palestinesi. Così si verifica che mentre si continua a condannare militari che operarono il “Diritto di rappresaglia”, quando questo era previsto dalle leggi, oggi, che è proibito “tassativamente” nessuno ne risponde ed il mondo si è dimenticato di quanto le leggi prescrivono.
Stabilite le parti essenziali del “Diritto Internazionale”, come si presentava il fenomeno partigiano nel territorio bolognese?
Le azioni partigiane, fra la fine del ’43 e gli inizi del ’44, furono isolate e a carattere individuale fino all’attentato condotto contro il Federale Eugenio Facchini, ucciso con sette colpi di pistola il 26 gennaio 1944 a Bologna.
Agli inizi di quell’anno i socialisti non disdegnavano di continuare il dialogo, iniziato da tempo, con esponenti della Rsi e si mantennero quindi decisamente neutrali. Furono i comunisti a prendere con decisione l’iniziativa di condurre la lotta contro il fascismo anche se, gradualmente seguirono tutti gli altri partiti, per non perdere l’opportunità di schierarsi dalla parte di coloro che avrebbero, poi, vinto la guerra.
Sulle montagne si organizzarono bande di partigiani, delle quali parleremo più avanti.
Nelle città i comunisti riuscirono a costituire gruppi di guerriglia. Nei primi mesi del ’44, a Bologna, i comunisti, guidati da Giuseppe Alberghetti, nome di battaglia “Cristallo”, furono i primi a raccogliere adesioni per la nuova forma di guerriglia.
E’ opportuno riportare la tecnica adottata dai comunisti per radicalizzare la guerra civile, specialmente nell’Emilia e, come giustamente rileva Giorgio Pisanò nella sua “Storia della Guerra Civile in Italia”, a pag. 1162, osserva: <(...). Una tecnica che trova ancora oggi la sua spietata applicazione in ogni Paese del mondo dove i comunisti tentino la conquista del potere>.
Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, anticipiamo che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o “presunti tali”. I comunisti, con queste azioni, si aspettavano spietate rappresaglie, ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.
Per capire quale fosse la tecnica che i comunisti intendevano porre in essere, proponiamo un ampio stralcio del libro “7° Gap” di Mario De Micheli – Edizioni Cultura Sociale, Roma 1954: .
Ecco come i capi comunisti riuscirono a superare gli scrupoli morali che nascevano negli animi dei componenti dei “Gap”: <(…). Creare la mentalità dell’attacco armato sull’uomo fu oltremodo difficile, occorreva vincere scrupoli e inquietudini morali oltreché il timore dello scontro diretto col nemico. Se può essere abbastanza semplice nel fuoco del combattimento, “a sangue caldo” diciamo, colpire e uccidere, non è altrettanto semplice colpire a sangue freddo con studio, premeditazione e calcolo (…). Il partito dovette, dunque, far sentire la sua volontà in maniera energica, dovette ancora una volta intervenire, illuminare, spiegare (…). E’ opportuno aggiungere che in quell’epoca non si era ancora creato quel clima di eroismo (?) che ha poi permesso tante memorabili gesta (…). Ai primi di gennaio, a Bologna, erano stati organizzati soltanto una decina di uomini con questi criteri. Dieci uomini divisi in due squadre. S’incominciò col deporre le bombe a scoppio ritardato nei luoghi di residenza del nemico. La prima bomba di questo tipo fu collocata alla finestra del Comando tedesco di Villa Spada, I tedeschi, che ancora non si attendevano colpi del genere in Bologna, furono irritatissimi. Lanciarono un manifesto carico di minacce e imposero il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino: era il 18 gennaio (…)>.
E’ difficile credere che i capi e gli organizzatori di queste “eroiche” azioni non conoscessero quanto previsto nelle “Convenzioni Internazionali di Guerra” e le relative deliberazioni del diritto di rappresaglia. Tutto lascia credere, invece, che si volesse giungere ad estreme esasperazioni per ovvie finalità politiche che certi ambienti sono riusciti, nel corso degli anni e sino ai nostri giorni, a così ben sfruttare.
Ecco in merito, qualora non fosse sufficiente quanto scritto dall’ex fascista ed ex partigiano Giorgio Bocca (in merito alla ricerca della rappresaglia) quanto si legge nel già citato “7° Gap”:.
Così operavano i “gappisti” in città.. Come agivano invece, le «brigate» in mon­tagna e principalmente nei più vicini con­trafforti appenninici nei pressi di Bolo­gna?
In questa località ed esattamente fra i fiumi Reno e Setta, operava, fra il settembre '43 ed il settembre ‘44 la formazio­ne armata dei partigiani della ”Stella Ros­sa”, denominata “Brigata” posta agli ordi­ni di Mario Musolesi di anni 29. La leg­genda racconta che (dalla citata opera “Sto­ria della guerra civile in Italia” pag. 1176): «i partigiani si batterono con coraggio leonino contro le S.S. e difesero i monti di Marzabotto palmo a palmo, seminando il terreno di uomini caduti con le armi in pugno: anche il comandante della “Stella Rossa” restò fulminato da una raffica ne­mica; ma alla fine questi eroi furono sopraf­fatti e i superstiti riuscirono a stento a raggiungere le linee anglo-americane... i tedeschi si scagliarono come bestie feroci contro la popolazione civile della zona e 1850 innocenti caddero massacrati con­fondendo il loro sangue con quello dei gloriosi partigiani rossi...». A commento di quanto sopra Pisanò continua: «Ma se questa è la leggenda ben altra è la verità». Infatti la verità è completamente diversa. I partigiani uccidevano in agguati tedeschi isolati, fascisti in divisa e non. I tedeschi, guidati da Reder, regolarmente scagliaro­no la loro ira contro le popolazioni indife­se e non solo nella zona di Marzabotto come vedremo appresso.
Si chiede Don Carboni nell'opera già citata (pag. 32): «Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di ster­minio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l'ammaz­zare un tedesco nello svolgimento e nel­l'economia generale della guerra?) ver­ranno fucilati dieci civili... Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dan­dosi alla fuga!». Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: «Che im­portanza aveva ammazzare un tedesco?».
Questa domanda va trasferita e analiz­zata nel contesto politico del disegno or­ganico costruito dai più alti vertici del comunismo internazionale: uccidere un tedesco (o un fascista), attendere la rap­presaglia e, di conseguenza, guidare il terrore e l'odio dei civili nella direzione desiderata e atteggiarsi, quindi, a giudici e vendicatori di tante vittime innocenti. Non possiamo che dar atto della loro cinica abilità.
Ma cosa accadde esattamente a fine settembre 1944 nella zona di Marzabotto?
Ancora dal volume “I confratelli Martiri di Mar­zabotto pag. 34: Questa testimonianza è stata resa da Bruno Paselli, agricoltore di San Giovanni di Sotto di Casaglia...».
Dato che i fascisti non parteciparono mai ad azioni di stragi. tralasciamo la lunga lista di “azioni di guerra” condotta dai partigiani nel colpire i militari fascisti (o supposti tali), in quanto desideriamo seguire la storia del maggiore Walter Re­der e delle sue S.S., principalmente, ma non solo nella zona di Marzabotto.
La brigata partigiana “Stella Rossa” nella primavera del '44 raggiunse la cifra di 500 effettivi. Gli attentati contro milita­ri tedeschi iniziarono con proditoria siste­maticità. A Rioveggio due ufficiali tede­schi stavano passeggiando con due ragaz­ze. Furono presi alle spalle e uccisi. I nazisti concessero 24 ore affinché gli au­tori dell'attentato si presentassero, dopo­diché scelsero 11 ostaggi. Da quel che si dice a Rioveggio gli attentatori erano del luogo, eppure lasciarono fucilare senza intervenire 11 innocenti.
I partigiani continuarono ad uccidere tedeschi e fascisti isolati.
Racconta Don Alfredo Carboni, parroco a Ronca di Monte S. Pietro. Di questi fatti poco eroici se ne verificarono decine. A Gabbiano di Monzuno, per esempio, due tedeschi che stavano acquistando uova dai contadini furono sorpresi da una pat­tuglia partigiana comandata da un certo “Aeroplano”. I tedeschi capirono subito di non essere in grado di opporre resisten­za e alzarono le mani in segno di resa. Ma i comunisti spararono ugualmente ucci­dendone uno. L'altro venne trascinato pri­gioniero alla base partigiana. Conoscen­do la ferocia dei guerriglieri il soldato tedesco tentò inutilmente di im­pietosirli mostrando anche le fotografie della moglie e dei suoi due bambini. Lo legarono con i piedi ad un paletto e gli inchiodarono le mani trafiggendole con due pugnali. Poi lo lasciarono morire così.
Il parroco di Riposa (un comune Bologna), Don Libero Nanni, nativo del luogo dove si verificò un altro barbaro massacro, nel quale trovarono la morte anche suoi intimi parenti, si fece promo­tore di far erigere un tempietto titolato ”Monumento Sacrario ai Caduti di Piano di Setta”. Nel quarantesimo anniversario dell'eccidio fu scoperto un cippo mar­moreo e una lampada votiva dalla fiamma sempre accesa. A ricordo dell'evento fu distribuito fra i presenti un foglio comme­morativo ove fra l'altro si legge: .
Nella notte del 20 luglio, in un breve scontro fra partigiani e tedeschi (era una colonna che raggiungeva il fronte lungo la statale del Setta) ci furono feriti e morirono due tedeschi. Il 21 luglio tra­scorse lento e cupo; la mattina successiva si scatenò la rappresaglia: rastrella­ti gli uomini, razziato il bestiame, le don­ne e i bambini terrorizzati: gli anziani uccisi in un numero quasi imprecisato: forse 20. L'età? Dai 60 agli 80 anni!
Non si presentò alcuno a rivendicare la responsabilità dell'attentato né da parte dei partigiani fu tentato alcunché per sal­vare gli ostaggi>.
Il 23 luglio 1944 a Pioppe di Salvaro fu ucciso un altro tedesco. Furono rastrellati 10 infelici e uccisi a colpi di mitra. Né l'autore (o gli autori) dell'uccisione del tedesco, si presentò per salvare gli ostaggi né un colpo di fucile fu sparato dagli uo­mini del ”Lupo” per salvare quegli inno­centi.
L'attività della Brigata partigiana “Stel­la Rossa” è un perpetrare di fatti del gene­re. Non va dimenticato che, nel frattempo, si susseguivano attentati mortali contro fascisti (o supposti tali) isolati. Ecco, ad esempio, quanto riporta uno dei “bollettini di guerra” diramato dalla “Stella Rossa”: <10 agosto: Una pattuglia del 4° distacca­mento procedeva al fermo del fascista Bertoletti Duilio in località Farneto. È sta­to in seguito giustiziato»; “11 agosto: Una pattuglia del 1° distaccamento procedeva al fermo di un fascista repubblichino in permesso a Castel dell'Alpi. Veniva recu­perato un moschetto con relative munizio­ni. Il fascista veniva più tardi passato per le armi”; ”14 agosto da una nostra pattuglia veni­va catturato il fascista Zagnoni Lucio che veniva giustiziato”. E così di seguito. Tor­nando alle azioni che riguardavano la guer­riglia contro i tedeschi, si legge sull' ”Indicatore Partigiano” n. 4 del 1949, ove viene riportato uno dei «Bollettini di guer­ra» della ”Stella Rossa”: «1 agosto: No­stra pattuglia in servizio esplorativo si scontrava, nei pressi di Castel d'Alpe, con una pattuglia guardafili tedesca composta da un sottufficiale e un soldato. All'inti­mazione dell'altolà tentarono di fuggire. Venivano presi, interrogati e confessava­no di trovarsi in servizio. Venivano passati per le armi». Pisanò osserva: «... lo strano principio, contrario alle norme e alle con­venzioni accettate in qualsiasi Paese e da qualsiasi esercito, in base al quale dei soldati fatti prigionieri potevano essere fucilati perché ”confessavano di trovarsi in servizio”».
Ad ogni azione di questo tipo seguivano rappresaglie con incendi, distruzioni, mas­sacri di ostaggi: sette fucilati a Molinelle di Veggio, dieci a Molpelle. Pochi giorni dopo tredici a Pontecchio di Sasso Marconi e così di seguito. Nessun partigiano osò alcunché per tentare di salvare quella povera gente. Eppure si trovavano nei pressi, ed erano numerosi.
Nel frattempo la guerra continuava e la pressione degli alleati, a sud di Bologna si stava intensificando: il comando tedesco aveva necessità di avere le spalle sicure e le strade senza minacce di attentati.
I tedeschi inviarono negli accampamen­ti dei partigiani della ”Stella Rossa” alcu­ni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo con­tro i tedeschi questi, a loro volta, si impe­gnavano a non iniziare alcuna rappresa­glia.
I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germani­co ad agire con la più grande decisione.
E veniamo ai terribili giorni di fine set­tembre 1944 e alla cosiddetta “Strage di Marzabotto”.
Marzabotto fu insignita di Medaglia d'oro al valor militare con la seguen­te motivazione: «Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro fuoco e distruzione piuttosto che cedere all'op­pressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli, arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall’amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori caduti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future genera­zioni di quanto possa l'amore per la Pa­tria».
Abbiamo visto che alcune persone ave­vano preavvisato la popolazione dell'imminenza di un grande rastrellamento, dato che proprio in quei giorni nella zona di Marzabotto apparve un manifesto, un vero ultimatum, a firma delle SS und Polizei­fuehrer-Oberitalien-West, ove, fra l'altro, era chiaramente indicato: «(...) 1) chi aiuta i. banditi è un bandito egli stesso e subirà lo stesso trattamento: 2) tutti i colpevoli sa­ranno puniti con la massima severità (..) ). Gli autori degli attentati ed i loro favoreggiato­i saranno impiccati sulla pubblica piazza. Questo è l'ultimo avviso agli indecisi ...» Cosicché a seguito di questi ammonimenti la popolazione locale aveva iniziato ad allontanarsi dalla zona. Come abbiamo precedentemente indicato, i partigiani in­tervennero e proibirono a quella povera gente di mettersi in salvo costringendola a tornare indietro garantendo che, se i tede­schi l’avessero minacciati, i partigiani della ”Stella Rossa” l’avrebbero protetta.
Fra il 20 e il 25 settembre era affluita nella zona una formazione di ”SS Panzer­Grenadieren” della divisione ”Reich­sfuehrer”, ammontante ad 800 uomini cir­ca. Alla loro testa era il maggiore Walter Reder.
Questi era un austriaco di 29 anni. Fu sospettato, a suo tempo, di essere coinvol­to nell'assassinio del cancelliere Dollfuss nell’operazione nazista del 1934. Tentativo vanificato dal deciso e pronto intervento di Mussolini.
Durante l'estate del '44 la brigata “Stel­la Rossa” aveva raggiunto una forza di 1500 uomini, ben armati e riforniti dai continui lanci aerei degli alleati.
La strage avvenne, come detto, sulle alture delimitate dai fiumi Reno e Setta e prese il nome da Marzabotto.
I tedeschi iniziarono i rastrellamenti all'alba del 29 settembre, bruciando e massacran­do senza distinzione di sesso e di età: Cresta di Gizzana, 81 morti; Canaglia, 148; Casa Benuzzi, 38; Caprara di Marzabotto, 107; S. Giovanni, 47; Cradotto, Prunaro e Steccala, 145: Cerpiano, 49; Sperticano, 13; Pioppe, di Salvavo, 48. In totale 676 morti. E mentre si perpetravano questi eccidi dove erano i 1500 partigiani?
Va detto che gli uomini del ”Lupo” (Mario Musolesi) negli ultimi giorni del settembre '44 erano in attesa dell'arrivo degli alleati. Avevano allentato la vigilan­za e tutti si erano dati a libagioni, bevevano e dormivano con le loro donne, convinti ormai che, per loro, la guerra era finita.
All'attacco dei tedeschi i partigiani, an­che per l'allentata cautela, non tentarono alcuna difesa e, mentre alcuni si ”ritiraro­no” verso Monte Sole, altri fuggirono ver­so le linee alleate. Chi difese i civili dalla rabbia teutonica? Ecco quanto racconta il partigiano Guerrino Avani in ”Marzabot­to parla”, nelle pagine 46-47: «Prima del­l'alba del 29 settembre, assalita da sover­chianti forze nemiche la brigata si trovò stretta in una morsa di fuoco. Dopo alterne vicende, una parte di noi fu asserragliata sulla cima scoperta di Monte Sole, chiusa in una trappola impossibile da infrangere date le nostre scarse forze (?) in confronto al numero e all'armamento del nemico... Dalla cima del monte, col binocolo segui­vo i movimenti dei ”nazifascisti” (?). Appena giorno, avevo contato 54 grandi falò di case isolate o a gruppi, bruciare intorno, vicino e lontano. Dal mio posto di osservazione vidi quanto i nazisti fecero nel Cimitero di Casaglia, la gente ammuc­chiata fra le tombe e loro che preparavano le mitraglie. Provammo a sparare, ma la distanza era troppa per un tiro efficace (perché non si avvicinarono? n.d.r.) ... Vidi cinque nazisti trascinarsi dietro sedici don­ne legate una all'altra con un grosso cavo; una stringeva al petto un bimbo di pochi mesi... Era per noi straziante assistere a fatti simili, impotenti a intervenire e tale visione terribile era più debilitante che il fuoco nemico»..
Ecco il giudizio nel già citato volume di Angelo Carboni, a pag. 50: «(...). La verità è una sola: i partigiani della “Stella Rossa” provocarono coscientemente le rappresa­glie tedesche, lasciando incoscientemente che le SS massacrassero centinaia di civili né mai poterono ritornare sui luoghi semi­nati dalle vittime da loro provocate».
Per una più esatta valutazione delle per­sone che componevano la brigata ”Stella Rossa” va ricordato che, “come qualcuno ha raccontato”, ai primi colpi dell'attacco tedesco, alcuni partigiani, ap­profittando della occasione, uccisero il loro capo Mario Musolesi detto ”Lupo” per rubargli un tesoro che questi aveva accumulato per distribuirlo, diceva, a guer­ra finita, per alleviare le sofferenze di coloro che, dalla guerra, avevano subito più dolorose conseguenze. Quindi è una mistificazione quello che sostengono i partigiani e, cioè che il Lupo cadde com­battendo eroicamente per contrastare l'at­tacco delle SS.
Altra montatura riguarda il numero dei caduti nell'”Eccidio di Marzabotto” indi­cato in 1830 vittime, cifra imposta dai partigiani a guerra finita. Ma la mistifica­zione apparve palese quando risultarono fra le vittime, persone ancora in vita, cadu­ti nella prima Guerra Mondiale, deceduti per polmonite o per bombardamenti e, addirittura, nomi di fascisti uccisi durante (e dopo) la guerra civile.
Scrive al riguardo Pisanò, a pag. 1136 dell'opera già citata: «E sufficiente del resto una rapida visita al Sacrario inaugu­rato a Marzabotto nel 1961 per rendersi conto della mistificazione comunista. Nel Sacrario, infatti, sono raccolte solo 808 salme. Di queste. però, 195 sono di perso­ne che morirono per scoppi di mine, e di militari deceduti nella Prima Guerra Mon­diale: solo circa seicento appartengono a vittime del massacro...».
I1 primo ottobre 1944, quindi a poche ore dall'eccidio, il Rag. Grava, segretario comunale di Marzabotto, inviò un detta­gliato rapporto alle autorità di Bologna e si presentò al vice prefetto De Vita che non credette al racconto del Grava e minacciò di farlo arrestare.
Il povero segretario comunale di Marzabotto descrisse con tanta concitazione «lo spettacolo terrificante» da non essere cre­duto, tanto che lo stesso ”Resto del Carli­no” smentì «(...) le solite voci incontrollate prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra (..).». Oppure ordini supe­riori imposero di sconfessare, quanto, in effetti, era avvenuto.
Ma molti profughi, fuggiti dalle zone colpite dalle rappresaglie, si riversarono nelle città del Nord e quelle notizie non poterono non giungere sino a Mussolini.
A questo punto, per meglio fotografare i fatti nel loro insieme, riteniamo opportuno tornare indietro nel tempo e ripartire dal momento dell'arrivo in Italia di Reder nel maggio 1944. Reder è reduce dal fronte russo ove ha lasciato il braccio sinistro e, per questo, veniva soprannominato ”il mon­co”.
Inizialmente il suo reparto, il 16° batta­glione della 16a divisione ”SS Panzer Grenadieren Reichsfuehrer”, si schiera sul fronte di Cecina-San Vincenzo (Livor­no) quindi, a seguito della sia pur lenta, ma persistente pressione degli alleati, segue il ripiegamento delle linee germaniche. Il 25 luglio Reder è sull'Arno, il 9 agosto è a Pietrasanta. Qui il suo reparto è ritirato dal fronte e riceve l'ordine di tener ”puli­to” il retrofronte. Così inizia la marcia dell'orrore e sangue che lo guidò dalla Toscana all'Emilia sino a Marzabotto.
12 agosto: Sant' Anna di Stazzema (Luc­ca) e zone circostanti, 560 morti. 19 agosto 1944: Bardine S. Terenzio: a seguito di un attacco di partigiani ad un camion tedesco che procurò ai nazisti la perdita di 16 militari, furono uccisi 53 civili.
Nello stesso giorno giunsero a Valla 107 persone (solo 5 uomini) posti sotto un per­golato e fucilati: in totale 160 innocenti tro­varono la morte. Il conto esatto: 10 per ogni tedesco ucciso. Inutile ricordare che non solo non sì presentò mai alcun autore degli attentati alle autorità tedesche per salvare gli ostaggi, ma mai si arrischiò un intervento, da parte dei partigiani, per ten­tare di difendere i paesi ed evitare le rap­presaglie.
24 agosto 1944; Vinca, Gragnola, Mon­te di Sopra, Ponte di Santa Lucia, Branza di Cucina; in questa zona, sembra che non ci fossero partigiani, così almeno attestava la sentenza di condanna di Reder: <(...) non c'erano partigiani, non c'erano combatti­menti... c'era soltanto povera gente terro­rizzata...». I tedeschi passarono per le armi chiunque incontravano.
17 settembre 1944: Bergiola (Carrara). Anche se non risulta che Reder in persona prendesse parte attiva alle stragi di questa zona, è certo che il suo reparto ne fu artefice. 107 persone furono trucidate lun­go le sponde del Frigido. A Bergiola 72 le vittime, in maggioranza donne e bambini. (2)
E, infine, 29 settembre 1 ottobre: Marzabotto. E così il cerchio si chiude.
E doveroso ricordare che fra le tante centinaia di vittime di quei tristi giorni: 95 erano sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di 2 anni, 8 di un anno e, addirittura, 15 lattanti.
Il 4 agosto nel ricevere l'ordine di Kes­selring di adottare contromisure nell'atti­vità partigiana, il generale Wolf - respon­sabile delle azioni antiguerriglia - compilò una circolare che terminava: «L`onore del soldato richiede che ogni misura di repres­sione sia dura, ma giusta».
Da quello che abbiamo visto la repres­sione risultò al di là del limite della schizo­frenia omicida e, quindi, decisamente in­giusta. Il grado di brutalità raggiunto forse è conseguenza non intenzionale di una operazio­ne intenzionale. Ma le vittime innocenti furono reali; ed è altrettanto reale che tutto fu pianificato per cercare e procurare rappresaglie per un preciso e ben disegnato scopo politico.
Abbiamo visto con quale criterio i tedeschi intendevano la rappresaglia; e la voce di tante atrocità giunse fino a Musso­lini, il quale il 17 agosto inviò una lettera all' ambasciatore Rahn, con la quale prote­stava violentemente per le azioni poste in essere dalle S.S.. Nella lettera Mussolini evidenziava i rapporti provenienti dalle province colpite e così esponeva il suo pensiero (stralcio dalla lettera): «... Dall'insieme delle segnalazioni che vi ho fatto in questa lettera, ne risulta che bisogna finirla con le requisizioni indiscriminate che hanno ridotto alla miseria intere pro­vince, finirla con le rappresaglie indiscri­minate ... insomma bisogna dare ai 22 milioni di italiani della valle del Po la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è una “preda bellica” dopo 12 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich... Occorre quin­di che questo sistema sia cambiato, poiché in questa maniera non si riesce a distrug­gere la piaga del ribellismo, ma si fanno dei nuovi clienti al ribellismo stesso e si allontanano le simpatie di quelli rimasti a noi fedeli».
Questa lettera di Mussolini trovò ri­scontro e simpatia in Kesselring che ema­nò, il 22 agosto, nuovi ordini per reprime­re, o almeno, moderare il furore dei suoi soldati. Egli faceva rilevare, fra l'altro: «(...) Le misure di rappresaglia i cui effetti si riper­cuotono in ultima analisi sulla popolazio­ne civile anziché sui ribelli. In dipendenza di codeste azioni si è venuto a cancellare in molti la fiducia nelle Forze Armate Ger­maniche... Sin da questo momento biso­gna che i capi preposti alle azioni di ra­strellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazio­ne civile di paesi infestati dai ribelli e circa le misure di rappresaglia da adottare con­tro i banditi... In linea di massima le misure di rappresaglia devono colpire soltanto i ribelli e non la popolazione civile innocen­te. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli comandanti...».
Abbiamo visto come le azioni con atten­tati e colpi di mano da parte dei partigiani siano continuate e come da parte tedesca si sia risposto disattendendo, completamen­te, gli ordini di Kesselring del 22 agosto.
Proprio nel mezzo delle nuove, dissen­nate rappresaglie tedesche il 15 settembre Mussolini inviò una nuova, secca nota di protesta a Rahn: «Ho lo stretto dovere e insieme il più profondo rammarico di do­vervi segnalare un'altra serie di episodi di rappresaglia avvenuti in questi ultimi tem­pi in diverse parti del territorio della Re­pubblica, ad opera di reparti militari o di polizia germanici. Richiamo soprattutto la vostra attenzio­ne sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. Credevo che la cir­colare diramata in data 22 agosto dal Fel­dmaresciallo Kesselring avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma debbo consta­tare che si continua con lo stesso sistema ... Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo mas­sacro di donne e di bambini (...)>.
Purtroppo, nonostante i ripetuti e decisi interventi di Mussolini presso Rahn, le azioni di repressione continuarono con sanguinoso crescendo fino ai massacri della zona di Marzabotto.
Una ancora più violenta protesta di Mussolini chiamò in causa direttamente Hitler; questi predispose una commissio­ne d'indagine composta di varie persona­lità diplomatiche e di alti ufficiali i quali. iniziarono immediatamente le indagini.
Al termine di tali indagini, la commissione provvide alla sostituzione del Comandante militare della piazza di Bologna con la motivazione di aver tenuto nascosti i fatti. Nella relazione della commissione, fra l'al­tro, era scritto: «...(i tedeschi sono dispia­ciuti che) qualche donna o bambino siano morti a Marzabotto, ma si è trattato soprat­tutto di fatalità, dato che si trovavano asser­ragliati nei rifugi dei partigiani».
Questa parte della relazione non è dav­vero una valida giustificazione per la folle e, soprattutto indiscriminata vastità delle stragi, però, non possiamo non ricordare, ancora una volta, che nel momento in cui i civili tentarono di fuggire dalla zona, che poi sarebbe diventato il teatro delle stragi, i partigiani della ”Stella Rossa”, lo impe­dirono minacciandoli e rassicurandoli: «Se non vi uccidono loro vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi»!
E, dato che abbiamo visto quanto sia valsa quella promessa («noi a difender­vi»!) e tutto lo svolgersi delle azioni suc­cessive, non può non far nascere l'atroce sospetto che quella minaccia-promessa sia servita solo perché i partigiani della ”Stel­la Rossa” intendessero farsi scudo di po­veri innocenti.
Altra obiezione potrebbe nascere spon­tanea; perché alle prime notizie di indiscri­minate stragi Mussolini non inviò nelle zone ”a rischio” elementi militari della RSI per proteggere dai tedeschi (e dai partigiani) le popolazioni minacciate? La risposta può risultare ovvia: Mussolini doveva evitare che la già difficilissima convivenza con ”l'alleato” degenerasse sino allo scontro armato; cosa che, se questo si fosse verificato, si sarebbe esteso nel resto dell'Italia del Nord con sviluppi impreve­dibili. È da notare, infatti, che i combatten­ti repubblicani schierati nei vari fronti, dalla Liguria alla Dalmazia, ignoravano quello che i tedeschi stavano commettendo ai danni della propria gente. È facilmente immaginabile quali sarebbero state le conseguenze se le notizie fossero giunte in tutti i reparti. Riteniamo che per questo motivo Mussolini abbia preferito tenere le notizie circoscritte il più possibi­le.
Gli effetti dell' armistizio dell'8 settem­bre concedevano a Mussolini ristretti mar­gini di manovra, ma si deve pur riconoscere che, anche se tali, seppe responsabilmente sfruttarli. E quali furono le ultime ”azio­ni” di Reder? Questi, a seguito della firma della resa delle truppe tedesche, fuggì in Baviera e fu, dopo pochi giorni, catturato dalle trup­pe americane a Salisburgo.
Il governo Badoglio aveva spiccato, sin dal gennaio 1945, ordine di cattura con l'accusa di ”criminale di guerra”. A carico di Reder pesavano accuse per sterminio di ebrei, fucilazioni di comunisti polacchi e partigiani russi.
Reder fu consegnato alle autorità italia­ne e fu processato dal Tribunale militare di Bologna. La condanna, emessa nel 1951, fu l'ergastolo. Nell'aprile del 1967 Reder si rivolse alla popolazione di Marzabotto, dichiarandosi pentito. Il Consiglio comu­nale di Marzabotto, ascoltati i parenti delle vittime e i superstiti, rifiutò la liberazione.
Una serie di petizioni, provenienti dalla Germania, dall'Austria e dall'Inghilterra riproposero la grazia per Reder. Questa grazia fu concessa dopo alcuni anni e dopo lunghe insistenze e reiterate dichiarazioni di pentimento.
Concludiamo ricordando la requisitoria nel processo di Bologna del Pubblico Mi­nistero, Maggiore Stellacci che disse fra l'altro: «...Il soldato si distingue dagli as­sassini perché ha un senso del limite della propria azione».
Giudizio che ci trova assolutamente con­senzienti; ma, se deve essere punito colui che commette il male, altrettanto colpevole è colui che potendo evitare che il male venga com­messo, non si adopera a questo scopo. Più spregevole poi è colui che, per il raggiun­gimento di una determinata finalità, opera affinché il male venga posto in essere.



1) Cfr. Luisa Dinando, ass. Diritto Internazionale Università di Torino.
2) Reder non prese parte attiva, secondo le testimonianze del partigiano Giannardi, rese al processo contro lo stesso Reder. Responsabile fu il tenente Fischer. Reder fu assolto da queste imputazioni: