sabato 31 maggio 2008

Di seguito il link del comunicato sui fatti a "La Sapienza"
dell'appena nato cuib "Sergio Ramelli" di Racale (LE)

http://forzanuovaracale.blogspot.com/2008/05/verbali-digos-laggressione-partita-dai.html

venerdì 16 maggio 2008

Morte Mussolini: i fantomatici killer inglesi
di Maurizio Barozzi
Lo storico Renzo De Felice, che difficilmente si pronunciava con superficialità, ebbe a dichiarare in una intervista al Corriere della Sera del 12 novembre 1995: «La documentazione in mio possesso porta tutta ad una conclusione: Benito Mussolini fu ucciso da un gruppo di partigiani milanesi su sollecitazione dei servizi segreti inglesi. C'era un interesse a far si che il capo del fascismo non arrivasse mai ad un processo. Ci fu un suggerimento inglese: 'Fatelo fuori', mentre le clausole dell'armistizio ne stabilivano la consegna. Per gli inglesi era molto meglio se Mussolini fosse morto. In gioco c'era l'interesse nazionale legato alle esplosive compromissioni presenti nel carteggio che il premier britannico avrebbe scambiato con Mussolini prima e durante la guerra». Si noti l'affermazione «gruppo di partigiani milanesi» e l'indicazione che «ci fu un suggerimento inglese». Ancora De Felice, in «Rosso & Nero», Baldini & Castoldi, 1995, ebbe ad esprimere un altro importante parere: «Fu molto facile per gli inglesi evitare... che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente dei servizi inglesi, italiano di origine, che li esortò a far presto a chiudere in fretta la partita» (lo storico si riferiva a Max Salvadori Paleotti già inviato al confino e aderente a Giustizia e Libertà, che poi riuscì ad espatriare. Durante la guerra arrivò a Milano come tenente colonnello dell'esercito britannico e dal 4 febbraio 1945 è ufficiale di collegamento tra il Comando Alleato ed il CLNAI. Era presente alla famosa riunione del CLNAI in Via Copernico del 25 aprile 1945). De Felice quindi adombrava, per gli inglesi, più che una loro partecipazione diretta all'uccisione del Duce, un certo ruolo, defilato, dietro le quinte e noi condividiamo pienamente questa sua impressione. Spesso si è anche parlato dell'esistenza di una foto che raffigurerebbe appunto un ufficiale inglese in compagnia con lo storico terzetto di giustizieri (Audisio, Lampredi e Moretti) ripresa di fronte a casa De Maria, ma la cosa è rimasta fino ad ora solo a livello di voci, e comunque questa foto, se esiste, venne scattata a cose fatte quando probabilmente giunsero sul posto in supervisione vari personaggi, perchè il mattino, al momento dell'assassinio di Mussolini, Walter Audisio non era di certo presente. In ogni caso non vogliamo negare, anzi tutt'altro, un certo ruolo> inglese nella uccisione del Duce, ma lo vediamo più che altro, proprio come lo vedeva De Felice, come un sostegno ed un invito fatto alla resistenza affinchè il Duce non finisse vivo nelle mani degli americani. Anzi, in aggiunta a tutto questo e ad un probabile connubio intercorso tra inglesi, partito comunista e comando del CVL (Cadorna), vi aggiungiamo anche un certo lavoro di collegamento, in tutta l'operazione e soprattutto di sostegno da parte di ambienti massonici, nella successiva opera di depistaggio e cortina fumogena messa in atto per nascondere la verità. Del resto anche questo «manovrare dietro le quinte» spiegherebbe un certo atteggiamento contraddittorio del comando del CVL di Milano, i presunti e fantomatici piani di salvataggio del Duce mai concretizzatisi e l'impossibilità di rintracciare, a cose fatte, testimonianze non reticenti o contraddittorie ed anche il silenzio a tutti imposto dal PCI che nell'occasione agì da esecutore, ma soprattutto la riuscita dell'occultamento della verità per tanti decenni. Purtroppo il tema, tipico delle spy story, relativo ad una spietata esecuzione del Duce eseguita da misteriosi agenti speciali inglesi era però così accattivante e di grande richiamo per i comuni lettori di una storiografia superficiale, che ha finito per essere ampliato a dismisura e privilegiato da una editoria più interessata alle grandi> tirature che ad una effettiva ricerca della verità finendo per acuire ancor più la confusione su quell'omicidio. Le vicende del famoso carteggio Mussolini /Churchill, inoltre, potevano riallacciarsi, come effettivamente si riallacciano, alla morte del Duce e quindi hanno fatto da cassa di risonanza a tutta questa storia, stravolgendola alquanto. Ma nessuno rifletteva sul fatto che se gli inglesi erano fortemente interessati a non far giungere vivo Mussolini in mano agli americani, nel caso fosse stato raggiunto per primo nelle mani dei partigiani di vario colore, erano però ancor più interessati ad impossessarsi del suo compromettente carteggio. Quindi se lo avessero raggiunto direttamente loro forse non lo avrebbero ucciso subito o almeno prima di un suo interrogatorio che potesse facilitare il recupero di tutte le svariate copie e riproduzioni di questo carteggio che il Duce stesso aveva fatto fare ed aveva smistato in varie parti nella speranza che, passata la buriana, potessero tornare utili per gli interessi della nazione (sulle vicende del Carteggio Mussolini Churchill è importante leggere il pregevole libro di Fabio Andriola: «Mussolini Churchill carteggio segreto«, Sugarco, 2007, ed il saggio di Marzio di Belmonte «Il carteggio Mussolini Churchill nel contesto della seconda guerra mondiale», visibile nel sito: http://fncrsi.altervista.org/.). L'esecuzione repentina e immediata del Duce, invece, se necessaria nel caso lo avessero preso i partigiani come infatti accadde, non era nè opportuna, nè conveniente, se fosse finito in mano alle Special Force inglesi. La sua morte immediata, infatti, sarebbe stata una complicazione che avrebbe costretto, come costrinse gli inglesi e Churchill in particolare a darsi da fare fin verso la metà degli anni '50 per recuperare ogni carta compromettente. Oltretutto c'era anche il problema, non solo di venir a conoscere in pochissimo tempo (dalla notte alta in cui fu portato a Bonzanigo a circa le 9 quando venne ammazzato) il luogo del nascondiglio, ma anche quello di conoscere e contattare almeno uno dei capi partigiani (Pedro il Bellini, Neri il Canali o Pietro il Moretti) autori del trasbordo notturno ed in grado di accedere a quella casa, guardata dai partigiani armati Sandrino il Cantoni e Lino il Frangi senza dover mettere in atto una vera e propria operazione di guerra. Alquanto improbabile. Anche queste considerazioni pertanto escluderebbero una esecuzione a bruciapelo di Mussolini da parte di agenti inglesi oppure bisognerebbe pensare che quella mattina, in casa De Maria, accadde un imprevisto che poi costrinse gli assassini inglesi, che per primi erano miracolosamente giunti a prelevarlo, ad ucciderlo poco dopo nel cortile dell'alloggio spiazzando tutti gli altri. Con gli anni '90, comunque, quando la sgangherata storica versione di Valerio, prese a scricchiolare paurosamente e si moltiplicarono svariate versioni alternative, spesso fantasiose o comunque mai sufficientemente documentate, proprio le versioni alternative che contemplavano in qualche modo nella esecuzione di Mussolini la partecipazione delle Special Force britanniche erano quelle per le quali si spendevano più parole e che le stesse ricostruzioni radio televisive finivano per privilegiare. Il loro richiamo e l'audiens che suscitavano era troppo forte. La spy story di Giovanni Lonati e del capitano John Tra le ipotesi alternative alla storica versione, che riscossero un certo interesse ci fu soprattutto la sorprendente rivelazione di un ex partigiano, un certo Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia «Giacomo», nato nel 1921 a Legnano, ex commissario politico della 101° Brigata Garibaldi, che asserì di aver ucciso Mussolini, in combutta e per conto di un misterioso ufficiale inglese. Se nel leggere le varie ricostruzioni della morte del Duce, oltretutto con le scene delinquenziali dell'uccisione della Petacci, abbiamo sempre provato un certo disgusto, anche per il constatare come, senza alcuno scrupolo, gli storici hanno giocato con queste morti, quest'altra confessione tardiva, in parte uscita nel 1982 quando ne accennò Roberto Gervaso nella sua biografia di «Claretta», e poi arricchita e precisata dallo stesso Lonati, nel libro «Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta la verità», Mursia, 1994, ci fa veramente ribrezzo. Leggendo appresso si capirà il perché. Intanto occorre precisare che questa del Lonati, più che di una ipotesi, trattasi di una vera e propria versione dei fatti attestata da colui che si definisce presunto partecipante diretto, anzi esecutore, della morte di Mussolini. Non c'è niente da indagare o analizzare: o ci si crede o la si rifiuta in toto perchè ritenuta mendace. Prima di esaminarla ripetiamo però una importante premessa: tutte le pseudo versioni che vorrebbero attestare interventi ultra tempestivi di fantomatici agenti segreti (inglesi) che scovano il nascondiglio del Duce e vi si recano per ammazzarlo sul posto, hanno un quasi irrisolvibile problema: - o con essi si dimostra che è presente all'azione uno o più di questi partigiani che accompagnarono i prigionieri nella notte precedente: Pietro, Neri, Pedro (o forse Gianna la Tuissi), quindi un elemento conosciuto dai carcerieri che stavano in casa De Maria, cioè Sandrino e Lino; - oppure occorre ipotizzare e spiegare la mancata reazione armata dei due guardiani stessi in casa De Maria alla vista di uomini sconosciuti. Come vedremo il Lonati ci risolverà il problema con un poco credibile espediente degno di Gianluigi Bonelli, il fantasioso autore di fumetti avventurosi. Il Lonati, al tempo dei suoi racconti, è un 73enne residente a Brescia, ex dirigente di aziende e sedicente ex comandante partigiano. Egli afferma che un certo «capitano John», misterioso capitano dell'esercito inglese di origini italiane (inquadrato come agente del Servizio Informazioni britannico alle dirette dipendenze del generale H. Alexander) ebbe a contattarlo per chiedergli di radunare alla svelta altri tre partigiani che poi saranno tali Bruno, Gino e Lino di cui non si conoscono le generalità e guarda caso, nonostante gli sforzi profusi, non si riuscirà mai a rintracciarne un sopravvissuto. Questo agente britannico si trovava già da qualche mese in Italia e reggeva una vasta rete di agenti ed informatori, ramificata in tutta la Lombardia (praticamente di spie), preposta al rifornimento delle bande partigiane. Il 25 aprile alloggiava alla pensione Vallazze a Milano ove vi alloggiava anche il Lonati. Pare che il Lonati aveva già avuto modo di conoscerlo a marzo 1945. Si dice infatti che il Lonati era un ex dipendente Fiat che uscirà poi dal Partito Comunista nel febbraio del 1946 e da quel momento abbandonò ogni impegno politico lavorando in seguito come dirigente e> poi consulente in diverse aziende. Comunque sia questo John era entrato immediatamente in azione già dal primo pomeriggio del 27 aprile 1945 poco dopo la notizia della cattura del Duce in quel di Dongo. In pratica, l'inglese, dopo aver spiegato il suo intento di rintracciare preziosi carteggi in possesso di Mussolini e quindi di raggiungere subito il luogo dove questi, da poco arrestato, si trovava, chiese l'aiuto di Lonati e degli altri partigiani che subito si resero disponibili. Già da qui si noti come, il Lonati, secondo il suo racconto, si sia subito messo a disposizione di uno straniero (l'inglese) senza mostrare le dovute autorizzazioni del CLNAI o di altre strutture di brigata o autorità italiane dalle quali doveva pur dipendere. Ma quello che è più grave è il fatto che questi importanti documenti, appartenevano allo Stato italiano, e semmai avrebbe dovuto essere la> provvisoria autorità del CLNAI a girarli successivamente agli inglesi (e certamente lo avrebbe fatto, vista la subordinazione agli Alleati da parte del governo del Sud). E gravissimo è anche il fatto che il Lonati, la cui sua stessa versione non gli fa onore, si sia poi dichiarato disposto ad uccidere il Duce per tacitarlo dietro ordine di uno straniero, quando anche questa richiesta d'esecuzione doveva essere autorizzata dal CLN/CVL dopo aver vagliato gli interessi dell'Italia in base ai documenti ed alla posizione di Mussolini rispetto alle altre nazioni belligeranti e agli stessi accordi presi con gli Alleati. Invece il Lonati, in quattro e quattr'otto, prende e parte con l'inglese e questi tre uomini trascinati dietro non si sa bene con quale autorità. Giunto a Como, il gruppetto italo-inglese si diresse subito verso Brunate dove, in una villetta, un misterioso uomo sulla quarantina, certo Franco, di cui non si sa chi sia o comunque come sarebbe stato preavvertito, li attendeva. L'inglese confabulò con costui e subito, l'uomo misterioso, si assentò fino alle ore 8 del mattino successivo (28 aprile), e cioè fin quando tornò e portò la notizia che Mussolini si trovava a Bonzanigo (come abbia fatto a trovare queste informazioni è un altro mistero). Fatto sta che, alle 8,30, tutti e cinque costoro, si misero in macchina diretti verso il lago. Pare che si imbatterono in un gruppo di partigiani ad un posto di blocco per cui ne nacque un conflitto a fuoco, in qualche modo superato nonostante la perdita di Lino, ucciso da una raffica di mitra. Come fecero a superare altri sicuri posti di blocco non è dato sapere, ma comunque sia, dopo Tremezzo, il gruppetto così ridotto incontrò un secondo informatore con cappello da alpino, indicatogli precedentemente dal misterioso Franco. Ovviamente il fumettone del Lonati non poteva farsi mancare le parole d'ordine di riconoscimento tra loro, che come aveva informato il Franco erano: «Andiamo a fare una bella gita», al che l'alpino doveva rispondere «So io un bel posto». Dunque costui indicò loro con precisione casa De Maria a Bonzanigo, senza però accompagnarli. Trovata questa casa e fermata la macchina nello spiazzo erboso, John e i tre partigiani superstiti trovarono, sorpresa delle sorprese, anche ben tre partigiani di guardia, due dei quali armati con fucili tipo 91 corto (?), oltretutto fuori della casa (che fossero poi fuori della casa, alla vista di tutti, è un altro particolare difficile da credere). Comunque sia, a parte la faccenda del terzo partigiano trovato in più a guardia di Mussolini, è ovvio che tutto questo racconto non convince affatto tanto è improbabile e fantasioso. Questi tre carcerieri, prosegue il Lonati, vennero ben presto disarmati con la minaccia delle armi, dopo averli distratti con un modo di fare amichevole e offrendogli sigarette (proprio come in un fumetto alla Tex Willer e proprio come i fumetti il nostro John tirerà fuori corde e legacci dal suo portentoso zainetto e legherà i tre ex carcerieri imbavagliandoli con i folaurd rossi che questi avevano al collo). Entrati in casa, John e Lonati cercarono invano i documenti del Duce e quindi condussero i due prigionieri sul ballatoio per poi raggiungere gli altri. Qui l'inglese informa il Lonati che, oltre al Duce, occorre sopprimere anche la Petacci perchè, a suo dire, è a conoscenza di troppe cose. Il nostro affermerà, (ma guarda un po') che non era d'accordo nell'uccidere la donna, ma comunque si rimetteva all'autorità di John con la sola riserva che lui (che galantuomo!) si sarebbe limitato a sparare solo a Mussolini (occhio che non vede....). Ci sono anche alcuni dialoghi tra il Lonati e la Petacci, talmente improbabili che riteniamo superfluo riportarli, oltretutto la Petacci avendo capito che il Duce sarà ammazzato sembra che chieda solo che questo sia fatto senza che lui se ne possa accorgere (mah!). Uscirono con i due prigionieri (Mussolini con un cappotto sulle spalle e la Petacci che portava a mano anche un pastrano del Duce) e dopo circa 300 metri, verso via del Riale, si fermarono ad un crocevia con un viottolo (oggi strada asfaltata) dove qui spinsero la coppia con una scusa contro un muretto delimitato da una rete metallica. Cosa fecero i tre carcerieri resi impotenti, una volta usciti Lonati e compagni, non si sa: erano stati legati o solo disarmati? E se questi avessero avuto altre armi nascoste in casa? E i coniugi De Maria, tutti buoni e zitti? Beato chi ci crede! Chiesero ai prigionieri di tacere e quindi Lonati e John aprirono improvvisamente il fuoco con i mitra Sten: Lonati verso Mussolini, prima un colpo al cuore e poi un scarica di circa 4 colpi e l'inglese verso la Petacci una raffica un po' più lunga che la raggiunse al petto. Erano circa le 11 del 28 aprile. L'inglese scattò anche una serie di foto, con una macchina fotografica estratta dal suo zaino e quindi i quattro se ne andarono, con l'impegno reciproco al più assoluto silenzio. I cadaveri vennero lasciati sul posto così com'erano e il Lonati se ne tornò a Milano al suo comando in viale Lombardia. Successivamente, prima del rientro dell'inglese in patria fecero anche una bella cena di commiato, dove il John, informò gli altri dell'avvenuto recupero delle carte che cercavano e ribadì di mantenere il più assoluto silenzio per almeno 35 anni. Se il tutto fosse vero, nel complesso, il nostro eroico partigiano, senza mostrarci autorizzazioni specifiche e documentate dei suoi comandi, avrebbe allegramente contribuito a provocare un gravissimo danno alla sua nazione! Una semplice osservazione, comunque, si rende subito evidente: questi agenti segreti con licenza di uccidere, dalle 8,30 del mattino (partenza dalla villa di Brunate), in circa due ore e trenta, avevano trovato il nascondiglio segreto, superato ogni ostacolo per strada, resa innocua la guardia dei prigionieri e proceduto all'esecuzione! Valerio e Lampredi, secondo la versione ufficiale ci avevano impiegato, dall'arrivo alla Prefettura di Como all'esecuzione di Villa Belmonte, ben otto ore! Anni dopo il Lonati, afferma che rintracciò telefonicamente questo fantomatico John di cui lui, guarda caso, non sa o non poteva dare il vero nome. Subito la stampa ha voluto dare un nome a questo agente inglese, in parte rivelato dallo stesso Lonati: si dovrebbe trattare, viene asserito, di un certo John Maccaroni nato in Gran Bretagna, figlio di immigrati italiani (dalla Toscana), volontario dell'esercito inglese, addetto allo Special Operations Executive. Altre fonti invece lo danno come un certo Roberto Maccarrone oriundo siciliano. Comunque sia, racconta il Lonati che nel 1981 i due si diedero appuntamento a Londra, dove egli stesso si recò con la moglie, ma l'inglese non si fece vedere (anzi, asserì il Lonati, in Inghilterra lui e la moglie vennero persino pedinati, ma di John nessuna traccia). Non si capisce come, il Lonati, che pur venne fatto oggetto di incredulità e non potendo addurre uno straccio di prova a conferma del suo racconto, non abbia fornito elementi precisi per contattare questo fantomatico John di cui il Lonati informa che avrebbe fatto carriera ed è diventato un alto dirigente dei servizi segreti inglesi e lui, sempre nel 1981, ne contattò anche il fratello che gestirebbe un importante negozio a Londra. Nel frattempo questa vicenda aveva riscosso un certo interesse, più che altro per i suoi risvolti spionistici e per la solita smania dei mass-media di cavalcare tutto ciò che possa fare clamore. Infatti il risalto maggiore, questa versione, l'ha avuta nelle reti televisive, oltre che ad essere condivisa, pur senza portare alcuna prova concreta, dallo scrittore P. Tompkins ex agente americano dell'O.S.S. In Italia, un po' tutti ne hanno parlato e soprattutto sparlato senza costrutto, vista l'appetibilità dell'argomento, ma forse solo lo scrittore storico Luciano Garibaldi ha inteso dedicarsi ad una serie di verifiche che alla fine l'hanno portato, seppur dubbioso, a dare un minimo di credito almeno ad una parte della vicenda. Lonati, da parte sua, si prestò per girare un mezzo documentario sui luoghi del suo racconto e, ridicolmente, a sottoporsi ad un test della macchina della verità con esiti, oltretutto e purtroppo per lui, controversi, ma sostanzialmente negativi. Il Lonati afferma anche di aver cercato, nel 1982, presso il consolato inglese di Milano di entrare in possesso delle fotografie che l'inglese aveva scattato ai cadaveri e che, dopo un certo tempo, gli aveva detto John, avrebbe potuto averle anche lui. Non ridete, ma egli racconterà adesso che, dopo una ricerca interna al consolato, gli venne confermato che effettivamente queste foto c'erano, ma che dovevano attendere una autorizzazione per consegnarne una copia. Dovremmo quindi, oltretutto credere che, foto di questa importanza storica, venale e politica, in grado di sconvolgere una intera storiografia, vennero da questo ufficiale inglese depositate in un consolato e non consegnate ai suoi servizi e che, oltrettutto, ancora giacevano allegramente al consolato di Milano o di Roma! Gli venne comunque promesso che, alla scadenza dei cinquanta anni da quegli eventi, egli avrebbe ricevuto dall'ambasciata romana una dichiarazione ufficiale a prova dell'avvenuta missione di guerra. Quando il nostro eroe nel 1995 scrisse al consolato inglese di Roma, però, non ebbe risposta. E così anche questo riscontro venne a vanificarsi. Da quanto su esposto sarebbe consequenziale che una stampa ed una editoria serie, ed anche dei servizi radio televisivi seri, avrebbero dovuto lasciar cadere nel dimenticatoio questa storia o comunque riportarla in un quadro sostanzialmente critico e dubitativo. Viceversa è emblematico rilevare come, leggendo articoli e servizi, inerenti la morte di Mussolini o le vicende del suo Carteggio con Churchill, per la verità quasi sempre articoli estremamente superficiali, spesso si trova il modo di infilarci in mezzo qualche riferimento alla storia di Giovanni Lonati. O comunque di chiamarla in causa. E' questa una immagine, veramente sconsolante, di come i mass media trattano queste vicende. Un velo pietoso su questo racconto Per tutto questo squallido racconto, del quale il Lonati non fornisce un serio straccio di prova, non spendiamo troppe parole. Oltretutto, a differenza delle altre ipotesi e testimonianze alternative¸ che pur nelle loro inesattezze o ricostruzioni fantasiose, possono però sempre avere qualche elemento, qualche dettaglio, qualche attestazione di presenza in quegli eventi, utili ad una ricostruzione dei fatti, questa di Lonati, al di fuori della sua versione, non ha quasi nessun elemento, nessun dettaglio, nessuna testimonianza utile! E' un prendere o lasciare che, al di fuori di questa versione fantasiosa, non serve a niente. E questo è significativo. Già la dinamica degli spari, con il fatto che la Petacci ed il Duce dovrebbero essere stati uccisi con due mitra Sten calibro 9, pone qualche interrogativo, dato che invece si ipotizza l'utilizzo di almeno un calibro 7,65 e di altri colpi con arma semiautomatica calibro 9, ma questo sarebbe il meno visto che sui calibri utilizzati non si hanno rilievi oggettivamente sicuri. Più problematico è invece il fatto che Mussolini fu chiaramente colpito da due tiratori e non da uno solo e la Petacci venne attinta alla schiena e non al petto come si evince chiaramente dai fori sulla sua pelliccia e dalle foto delle ferite. Ma questi racconti il Lonati cominciò a scriverli nel 1981 quando tanti particolari non erano ancora ben chiari e, a quel tempo, neppure potè giustificare la mancanza di fori sul giaccone e lo stivale sdrucito perchè erano osservazioni altrettanto non ancora ben messe a fuoco; quindi, ignorando tutto questo, la sua versione fu calibrata, più o meno, su quella di Valerio (raffiche con il mitra Mas da tre passi). Peccato per lui. Ma in ogni caso ed anche se tutto è possibile, chi ha pratica di questo genere di operazioni o del modo di procedere dei servizi segreti dell'epoca, sa che non era certo questa, così come raccontata dal Lonati, la prassi solitamente da essi seguita. Rispetto alle ricerche delle foto, con l'esecuzione del Duce, presso il consolato britannico, che prima ne confermerebbe l'esistenza e poi si rimangia gli impegni presi, siamo nel campo della più completa inverosimiglianza. Tutto il racconto è pertanto stonato e come è stato giustamente osservato «Il racconto segue la falsariga di un fumetto e non ha nulla a che vedere con la cronistoria di un atto di guerra dall'alto valore simbolico. Solo una mente fantasiosa poteva, ad esempio, escogitare la fatidica parola d'ordine pronunciata da Giacomo 'Andiamo a fare una bella gita' e la relativa risposta 'So io un bel posto' data da un fantomatico fiancheggiatore dei killer al momento del loro primo incontro. Ed è altrettanto assurdo immaginare che il discorso tra la coppia di reclusi ed il giustiziere senza macchia possa esordire con il tradizionale 'Buon giorno' come di norma avviene tra persone bene educate». Senza considerare poi che non si spiega cosa sarebbe successo ai cadaveri di Mussolini e della Petacci, abbandonati così per strada alle 11 del mattino. Nessuno del luogo li ha visti? Non pare ci siano testimonianze in merito. Sicuramente una volta scoperti e riconosciuti tutto il circondario sarebbe accorso con gran clamore, ma anche ammesso che fossero intervenuti subito altri partigiani e li avessero nascosti, difficilmente poi il PCI si sarebbe azzardato ad imbastire la nota sceneggiata di Villa Belmonte con relativa versione ufficiale sapendo di poter essere smentito - e con prove certe - da un momento all'altro dai veri esecutori! A meno che, viaggiando con la fantasia, non dobbiamo presupporre un contemporaneo e preciso accordo tra inglesi e comunisti. Per la morte della Petacci, come detto, c'è il particolare che il Lonati asserisce che fu colpita al petto cosa veramente improbabile. Del resto, non avendo il Lonati parlato di fasi caotiche durante l'esecuzione e forse non volendo asserire che la Petacci era stata vigliaccamente uccisa alle spalle dall'inglese (allora si che sarebbe stato in coerenza con quanto si riscontra in merito), ha preferito optare per questa versione di una raffica al petto che però è alquanto fuori luogo. Non tutto il racconto, però, a nostro avviso è inventato. Probabilmente qualche elemento di verità ci dovrà pur essere. A parte il già citato Peter Tompkins, come segnalato in nota, anche il giornalista storico Luciano Garibaldi, svolgendo qualche ricerca, è stato recentemente propenso a dare credito, almeno ad una parte della rivelazione del Lonati. Per esempio: nel racconto si parla di un agente inglese, forse italiano, vestito da alpino; ebbene, un soggetto simile esce fuori anche da altri racconti e testimonianze inerenti quei luoghi e quei periodi; oppure lo scontro a fuoco di Argegno, richiamato nel racconto, che sembra sia effettivamente avvenuto (anche se non si sa bene con quali modalità); o ancora, il fatto che probabilmente il Lonati ebbe incarichi di comando tra i partigiani garibaldini; ed inoltre alcuni riscontri che ha fornito su questo fantomatico John e pochi altri particolari che comunque non sono assolutamente sufficienti per avallare il suo racconto. Come sia potuta però uscir fuori tutta questa storia è veramente incomprensibile anche perchè da quel poco che si è potuto sapere dalla biografia del Lonadi e dalla osservazione dei suoi interventi televisivi non ci si sembra un soggetto particolarmente in cerca di notorietà o di venali remunerazioni o comunque dedito al mentire e quindi le perplessità aumentano. Visto che, comunque, noi non crediamo affatto a questa fantasiosa rivelazione, si può forse supporre che, in quei giorni del '45, il Lonati partecipò a qualche missione, da quelle parti, o qualcosa del genere, magari sotto comando inglese. Molti anni dopo il Lonati, forse dietro qualche misterioso ispiratore, forte di vari resoconti e racconti su quelle vicende, ha pensato bene, non riusciamo ancora a capire per quali motivi, di architettare tutta questa incredibile storia miscelando particolari veramente vissuti, dedotti ed elaborati dalle storie pur conosciute, ad altri totalmente inventati. Anche questo però si può solo supporre, ma non provare, come del resto non si può provare il racconto del Lonati, e pertanto preferiamo stendervi sopra un velo di pietoso silenzio. Se comunque qualcuno voleva raggiungere il risultato di aumentare la confusione e di rendere ancor più intrigata la misteriosa morte di Mussolini, c'è riuscito in pieno.
Maurizio Barozzi

martedì 22 aprile 2008

Lo scritto che segue è una fedele traduzione di un articolo del giornale “Berlin – Rome – Tokio” che fu stampato a Berlino il 15 dicembre 1940. Il brano testimonia, alla luce di un documento storico inoppugnabile, che non c’era, in quel periodo, alcuna volontà germanica di aprire un conflitto verso est, od anche di far scendere in guerra gli Stati Uniti d’America nel conflitto anglo germanico.
Lo stesso Hitler aveva proibito agli u-boote atlantici di ingaggiare combattimento col naviglio di scorta di battelli da carico statunitensi che occultamente rifornivano l’inghilterra di materiali ed armamenti, e ciò doveva avvenire, anche se questi li avrebbero attaccati.
kiriosomega
L’articolo che segue, fedelmente tradotto dal tedesco, ed integralmente riportato, apparve nella rivista:
MONATSSCHRIFT
FUR DIE VERTIEFUNG DER KULTURELLEN BEZIEHUNGEN
DER VOLKER DES WELTPOLITISCHEN DREIECKS
Zwischen Gestern und Morgen

Da quando Nazionalsocialismo e Fascismo sono apparsi nella politica internazionale, in virtù della loro energica azione è notevolmente diminuita la moltitudine dei focolai di disordine nel mondo democratico circostante. Gli sforzi correnti del nazionalsocialismo e del fascismo nel campo dei rapporti internazionali, e massime per il razionale assetto dei problemi territoriali europei, hanno fatto crollare il decrepito, antiquato edificio demo-massonico, in parte già sostituito da una nuova costruzione.
Le Nazioni e gli Stati che si trovano ancora fuori di questo riordinamento, si vedono oggi posti di fronte ad un problema che è decisivo per il loro destino; e vale a dire se essi vogliono vivere o no in armonia con l’Europa futura, o meglio con il mondo nuovo avvenire. E’ qui, che qua e là si trova quell’ieri che noi combattiamo nella nostra sfera ovunque si mostri. Talune Nazioni, per mera indecisione, non sono oggi né pro né contro, e si trovano così tra “ieri” e “domani”, e non sono elementi attivi e nemmeno ritardatari; sono gli esitanti d’oggi, i dimenticati isolati domani.
Se si vuole esaminare la questione (è oggi necessario esaminarla), a che cosa vada incontro l’Europa e con essa il mondo in seguito alla guerra con l’Inghilterra, in altre parole come si presenterà il domani, giova tenere sempre presenti i fatti seguenti, in base ai quali questo svolgimento non pure logico ma naturale e fortunato.
La storia dei nostri giovani popoli ridesti, è la storia del cammino verso il riordinamento del proprio essere, dei loro rapporti reciproci, e dei loro spazi vitali. La politica basata sull’idea del riordinamento raggiunge il suo apogeo il 27 settembre di quest’anno, quando il riassetto della vita e dello spazio sarà tratto dalla sfera delle affermazioni ideali e dichiarato principio e diritto dei nostri alleati.
Le pietre miliari del rinnovamento delle nostre Nazioni segnano le tappe su questo cammino, e non devono perciò essere considerate mere azioni egoistiche; poiché il programma della nostra rinascita era concepito a priori in grandi proporzioni internazionali, ben lontano dall’essere sempre un’autarchia nel vuoto politico.
Noi non abbiamo lasciato alcun dubbio circa la nostra concezione della vita sia del singolo sia dei popoli. Il Führer ha foggiato una dottrina della vita politica che dà al mondo una fisionomia nuova che rappresenta uno dei rari passi avanti dell’umanità. Il mondo democratico ed i suoi mandanti si atteggiarono da prima a stupore di fronte a tali atteggiamenti vivi e vitali, presi dal popolo dei poeti e dei pensatori, per passare poi al contrattacco contro un’ideologia giudicata pericolosa per loro.
Ci si era abituati a considerare “l’ieri” come uno stato di cose permanenti. Ne era espressione, non solo lo sforzo costante di fare del così detto status quo il comandamento supremo d’ogni politica ma anche erigere a dogma le concezioni britanniche, le valutazioni britanniche e il senso britannico della vita quale quintessenza dell’essere. Si era talmente abituati a considerare la dottrina politica della Gran Bretagna quale fattore caratteristico, che alla corte di San Giacomo si fece finta di cadere in deliquio quando il rappresentante del Reich nazionalsocialista, anziché fare una riverenza come una volta, usò il saluto che è per noi espressione di volontà rinnovatrice e connaturata con il nostro sentire. Non occorre alcun’altra prova per la balordaggine, l’ottusità e l’intolleranza della Gran Bretagna di ieri oltre a questo piccolo episodio avvenuto quando il ministro del Reich era ambasciatore a Londra. Esso era ad un tempo un sintomo di tutta la reazione inglese alla missione di Ribbentrop a Londra che mirava ad un’intesa con l’Inghilterra.
Si tratta ora di abbattere codesta mentalità “dell’ieri, poiché l’Inghilterra ha respinto ogni forma di limitazione volontaria ed ha scelto la violenza quale mezzo di decisione. E’ il fronte che contrappone “ieri” a “domani”.
Oggi ci troviamo nel secondo inverno di guerra, e l’Inghilterra vacilla sotto i colpi; e il suo sguardo è fisso all’America, donde Churchill non solo attende rifornimenti di materiale bellico, ma anche l’intervento in una lotta ormai decisa. Spettacolo miserando vedere il signor Lothian che corre dallo zio Sam, e cerca con frasi da imbonitore di dipingergli lo stato dell’Impero Britannico in modo da convincere gli Stati Uniti a puntare su un cavallo zoppo. E’ addirittura stupefacente con quale smisurata stupidaggine, leggerezza e cinismo i governanti britannici credono di poter contare sul popolo americano. L’America dovrebbe entrare in guerra a lato dell’Inghilterra contro il nuovo ordine, nel quale gli Stati Uniti potranno trarre maggiori vantaggi di quelli che un'Inghilterra anche vittoriosa, sarebbe in grado di offrir loro. L’America dovrebbe lottare così con “l’ieri” contro il “domani”, quantunque essa ed il suo futuro siano tutti rivolti verso al domani.
Ciò che fu per la Francia, fino al crudele risveglio, il mito della Marna, è per l’Inghilterra il mito del parallelismo tra il 1917 e il 1941. Ma anche gli inglesi dovrebbero sapere che la storia non si ripete e fin d’ora dovrebbero anche sapere che la Germania non è solo invincibile, ma tiene già la vittoria ferma in mano.
Il problema dell’aiuto americano si riduce ad una questione: a che livello gli anglofili di Wall Street abbiano fissato il conto passivo del popolo americano per i loro amori con la Gran Bretagna. Noi non sappiamo come sia valutata la sconfitta dell’Inghilterra nella contabilità dei banchieri ebrei, e neanche sappiamo quali secondi fini abbiano certe cricche americane in questa guerra europea. Ad ogni modo non vorremmo lasciarci sfuggire alcun’occasione per ripetere la nostra tesi, per quanto nota: la Germania non ha niente contro la nazione americana, e noi sappiamo che essa non ha niente contro il popolo germanico. La Germania ha sempre approvato la dottrina di Monroe come un saggio principio e perciò lo rivendica anche per sé (e i suoi amici fanno altrettanto) quale fondamento delle relazioni continentali di domani.
Le forme che assumono le liti per l’eredità tra America e il testatore inglese, per la mobilia in casa loro, a noi interessano soltanto nel caso in cui le liti dovessero accadere a nostre spese. Dopo che dall’America sono giunti al nostro orecchio tanti ammaestramenti ed apprezzamenti morali, desideriamo rilevare soltanto che la storia dell’avvenire non sarà determinata dal vinto e dai suoi complici platonici o pratici, bensì esclusivamente secondo le forze che creano il nuovo.
L’Inghilterra è in isfacelo. All’agonia dell’ieri britannico già si frammischiano le fanfare dell’ascesa, del domani che spunta. L’Europa prende nuova forma. I popoli giovani e i loro amici hanno fatto risuonare chiaro e lontano l’appello a partecipare all’avvenire. Questa marcia è la legge del secolo che viene, è l’idea del domani, che si tratta di accettare o negare. E’ per unirsi a questa marcia non è mai troppo presto, ma può ben essere troppo tardi.

La lettura di questo scritto, come già detto risalente al dicembre del 1940, testimonia, ove ce ne fosse la necessità, che la Germania non voleva la guerra sul fronte est, e nemmeno, ed anche questo qui è detto chiaramente, aveva alcuna intenzione di bellicamente competere con gli Stati Uniti.
Sperava, però, che questi non entrassero in guerra a fianco della Gran Bretagna anche perché non erano stati in alcun modo provocati.
Chi è perché fece scendere gli statunitensi in guerra?
Sì, proprio il loro malanimo, il loro senso di prepotenza e d’egoismo, la parentela ravvicinata con i britanni da cui: “Mal sangue non mente”. Ma soprattutto la tecnocrazia sionista con la complicità di Churchill.

lunedì 14 aprile 2008

Da ballata yiddish a inno partigiano
il lungo viaggio di "Bella ciao"
dal nostro inviato JENNER MELETTI
BORGO SAN LORENZO - In fin dei conti, svelare un segreto è costato solo due euro. "Nel giugno del 2006 ero al quartiere latino di Parigi, in un negozietto di dischi. Vedo un cd con il titolo: "Klezmer - Yiddish swing music", venti brani di varie orchestre. Lo compro, pagando appunto due euro. Dopo qualche settimana lo ascolto, mentre vado a lavorare in macchina. E all'improvviso, senza accorgermene, mi metto a cantare "Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...". Insomma, la musica era proprio quella di Bella ciao, la canzone dei partigiani. Mi fermo, leggo il titolo e l'esecutore del pezzo. C'è scritto: "Koilen (3'.30) - Mishka Ziganoff 1919". E allora ho cominciato il mio viaggio nel mondo yiddish e nella musica klezmer. Volevo sapere come una musica popolare ebraica nata nell'Europa dell'Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del '900 fosse diventata la base dell'inno partigiano". E' stata scritta tante volte, la "vera storia di Bella ciao". Ma Fausto Giovannardi, ingegnere a Borgo San Lorenzo e turista per caso a Parigi, ha scoperto un tassello importante: già nel 1919 il ritornello della canzone era suonato e inciso a New York. "Come poi sia arrivato in Italia - dice l'ingegnere - non è dato sapere. Forse l'ha portato un emigrante italiano tornato dagli Stati Uniti. Con quel cd in mano, copia dell'incisione del 1919, mi sono dato da fare e ho trovato un aiuto prezioso da parte di tanti docenti inglesi e americani. Martin Schwartz dell'università della California a Berkeley mi ha spiegato che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è forse originata da una canzone folk yiddish. Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell'est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione della canzone yiddish "Dus Zekele Koilen", una piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno due registrazioni, una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein. Da Cornelius Van Sliedregt, musicista dell'olandese KLZMR band, ho la conferma che Koilen (ma anche koilin, koyln o koylyn) è stata registrata da Mishka Ziganoff (ma anche Tziganoff o Tsiganoff) nell'ottobre del 1919 a New York. Dice anche che è un pezzo basato su una canzone yiddish il cui titolo completo è "the little bag of coal", la piccola borsa di carbone". Più di un anno di lavoro. "La Maxwell Street Klezmer Band di Harvard Terrace, negli Stati Uniti, ha in repertorio "Koylin" e trovare lo spartito diventa semplice. Provo a suonare la melodia... E' proprio la Koilen di Mishka Tsiganoff. Ma resta un dubbio. Come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un "Cristian gypsy accordionist", un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l'yiddish e lavorava come musicista klezmer". Del resto, la storia di Bella ciao è sempre stata travagliata. La canzone diventa inno "ufficiale" della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra. "Prima del '45 la cantavano - dice Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all'università di Catania - solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani era "Fischia il vento". Ma era troppo "comunista". Innanzitutto era innestata sull'aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia. E le parole non si prestavano ad equivoci. "Fischia il vento / infuria la bufera /scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell'avvenir". E così, mentre stanno iniziando i governi di centro sinistra, Bella ciao quasi cancella Fischia il vento. Era politicamente corretta e con il suo riferimento all'"invasor" andava bene non solo al Psi, ma anche alla Dc e persino alle Forze armate. Questa "vittoria" di Bella ciao è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di "invenzione di una tradizione". E poi, a consacrare il tutto, è arrivata Giovanna Daffini". La "voce delle mondine", a Gualtieri di Reggio Emilia nel 1962 davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi aveva cantato una versione di Bella Ciao nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine. Aveva detto che l'aveva imparata nelle risaie di Vercelli e Novara, dove era mondariso prima della seconda guerra mondiale. "Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / là giù in risaia ci tocca andar". "Ai ricercatori non parve vero - dice il professor Granozzi - di avere trovato l'anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione delle coscienza antifascista, e un precedente canto del lavoro proveniente dal mondo contadino. La consacrazione avviene nel 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto uno spettacolo dal titolo "Bella ciao", in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude". I guai arrivano subito dopo. "Nel maggio 1965 - cito sempre il lavoro di Cesare Bermani - in una lettera all'Unità Vasco Scansani, anche lui di Gualtieri, racconta che le parole di Bella ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra, ma nel 1951, in una gara fra cori di mondariso, e che la Daffini gli ha chiesto le parole. I ricercatori tornano al lavoro e dicono che comunque tracce di Bella ciao si trovano anche prima della seconda guerra. Forse la musica era presente in qualche canzone delle mondine, ma non c'erano certo le parole cantate dalla Daffini, scritte quando i tedeschi invasor erano stati cacciati da un bel pezzo dall'Italia". "Una mattina mi sono alzata...". Fino a quando ci sarà ricordo dei "ribelli per amore", si alzeranno le note di Bella Ciao, diventato inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi. "Bella Ciao? Forse le cantavano - dice William Michelini, gappista, presidente dell'Anpi di Bologna - quelli che erano in alta montagna. Noi gappisti di città e partigiani di pianura, gomito a gomito con fascisti e nazisti, non potevamo certo metterci a cantare".
(12 aprile 2008)

venerdì 4 aprile 2008

GERVASO: “L’UOMO DELLA PROVVIDENZA”
Ed io ora sono sulla via della redenzione
di Filippo Giannini

O Cielo, grazie per averci inviato cotanto genio. Io, che stavo correndo l’infernale pericolo di morire “fascista” (orrore) sono stato ravveduto dalle parole, direi divine, di un uomo che ha illuminato la mia mente. Che le Sue argomentazioni siano ispirate dall’Onnipotente è fuor di dubbio. Il sant’uomo è riuscito a trascinarmi via dai binari del “male assoluto”.
Il Suo nome? Lo pronuncio con grande venerazione: Roberto Gervaso, il Profeta della Verità.
Che altro aggiungere se non citare le Sue parole? E’ una luce che proviene dai cieli, accesa per illuminare le nostre miserie, quelle degli ultimi infedeli. Prego coloro che hanno la fortuna di immergersi nella Verità “gervasana” di apprezzare la scientificità, la profondità di ricerca e, soprattutto, l’originalità (è quel che più ho apprezzato: “l’originalità”) del Suo dire.
Ecco, allora, il novello Mahatma rispondere ad una precisa domanda di un lettore de “Il Messaggero” del 1° aprile di quest’anno, aprendo la Sua scienza con questo primo lodo: “Un politico che non cambia idea, non ha idee”. Che fortuna per Gianfranco Fini essere consacrato da cotanta autorità.
Ma sento il dovere di numerare il Suo argomentare che bolla, senza possibilità di appello alcuno, tutte le azioni del “povero” Duce:
1) l’Italia uscita da una guerra sbagliata (…);
2) Illuso di riportare sui “colli fatali” di Roma l’Impero dei Cesari (…);
3) Gli alleati ci hanno liberato (…);
4) (Gli alleati) sono diventati i garanti della nostra indipendenza (…)..
Prego notare il cristiano sentimento del nuovo Messia che non ha voluto infierire più di tanto su un uomo (il male assoluto) che ha causato a questo infelice Paese tante disgrazie. Non ha voluto, ripeto, da buon cristiano, rammentare i danni prodotti dal “Regime grottesco e persecutorio”(sono le sagge parole del “sommo”): le quaranta ore settimanali, le ferie pagate, le città costruite a danno delle zanzare (poveri insetti perseguitati), il risanamento economico, l’INFPS, gli acquedotti e i mille altri danni causati da quell’infernale regime. Ma l’originale favella del redivivo Gandhi si sofferma sulla “guerra sbagliata”. Percezione sublime.
Pensate che nel mio errare sono stato anche autore di una collana che ha avuto per titolo: “Benito Mussolini – l’uomo della pace”. O malsano errore, o me satanico, come riparare a cotanto male?
A mo’ di scusante posso sostenere che sono stato fuorviato da coloro che ritenevo santi uomini, o esponenti del sapere.
Non oso chiedere il perdono, ma almeno essere giustificato per la mia dabbenaggine citando le argomentazioni di coloro che credevo essere uomini santi o di scienza. Questo sino a quando non ho avuto la fortuna di incontrare i più che saggi argomenti del Mahatma italiano, Roberto Gervaso.
Ecco i motivi del mio errare:
1) Chi poteva, sino ad ora, dubitare della santità di Giovanni XXIII, che il 28 marzo 1941 così scrisse al fratello Giovanni: . Con queste parole Giovanni XXIII merita il castigo eterno? E che dire dell’altro Pontefice, Pio XII, che osò proferire questi “versi satanici”: Mi auguro solo che il Gervaso possa intercede, per entrambi gli empi, presso il buon Dio e mettere una buona parola; date le sue relazioni in quell’ambiente.
2) Come potevo io immaginare che l’operazione “Colli fatali” fosse cosa malvagia, quando eminenti personaggi, almeno tali li ritenevo, come la Regina Elena, il poeta Raffaele Carrieri, Guglielmo Marconi, Vittorio Emanuele Orlando, Massimo Rocca, Arturo Labriola, Benedetto Croce, Luigi Albertini e mille altri che si schierarono con il Malvagio per “riportare l’Impero sui colli fatali di Roma”? E Palmiro Togliatti (altro sant’uomo), che in quell’occasione inviava, tramite il giornale “Potere Operaio”, questo messaggio ai “Fratelli in Camicia Nera: . Ed io che sono un “povero bischerino” come potevo sapere da quale parte era la Verità? D’altra parte non c’era Roberto Gervaso ad indicarmela.
3) Fortuna che c’è il nuovo Mahatma a togliermi dall’errore. Sì, è così: “gli alleati ci hanno liberati”. E’ così lampante che ne fui accecato: più liberati di così si muore. E’ sufficiente leggere il Trattato di Pace del 1947! Quel Trattato è chiaro: siamo stati liberati di tutto, della Libia, della Somalia, dell’Eritrea, del Dodecaneso, della Dalmazia, dell’Istria, dalla Flotta ecc. Solo ora, grazie all’”Illuminato” posso gridare: “Viva i Liberatori e abbasso Giuseppe Mazzini (pensate che pazzo, ma a sua giustificazione c’era la non conoscenza di Roberto Gervaso): diffidava della libertà portata dagli stranieri”.
C’è stata una sentenza emessa dall’irlandese Bernhard Shaw che accompagnava il mio turbamento, ed è la seguente: “Gli Stati Uniti sono l’unico Paese occidentale ad esser passati da uno stato di barbarie ad uno di decadenza senza essersi fermati in quello della civiltà”. E’ certo che Roberto Gervaso, dall’alto del Suo sapere, saprà correggere questa stortura.
4) Sì, ora la vedo chiara. “Gli Alleati sono diventati garanti della nostra indipendenza”. O alma, o nobile anima inviata dai Cieli ad illuminare questo povero bischerino che non sapeva vedere. Grazie agli Alleati, siamo stati inviati (certamente in missione di pace, chi lo può più sospettare?) a portare la stessa garanzia d’indipendenza in Iraq, in Afghanistan, in Serbia, e così di seguito in tanti altri fortunati Paesi. E pensate, voi che leggete, che sino a quando non ho avuto modo di conoscere l’angelo portatore della “Novella Annunciazione”, credevo (o somma ignoranza) che Bush avesse richiesto l’invio della nostra “missione di pace” per rubare (provo vergogna a confessarlo), sì, per rubare il petrolio lì dove si trova e dirottarlo negli Usa.
Ma ora capisco anche il motivo per cui i cari Alleati tengono sul territorio italiano 130 basi militari nelle quali sono custodite una novantina di bombe nucleari del tipo B-61. Cosa pensavo sino ad ieri? Tutto sbagliato. Gli americani (sante persone) sia le basi, sia le bombe le tengono per proteggere la nostra indipendenza.
Chiedo perdono per la “mia stitichezza mentale”. Ma ora è tutto risolto, mi sento più leggero. Ancora una volta, grazie a Roberto Gervaso che con la Sua scientificità storica è come se avesse purgato la mia mente con l’olio di ricino.

mercoledì 2 aprile 2008

Hitler e Mussolini discorso alla Germania

IL FASCISMO RISORGE DALLE CENERI COME LA FENICE

Recensione di Renzo Morera James Gregor, Phoenix: Fascism in Our Time, introduzione di Alessandro Campi. New Brunswick, N.J.,1999. Pp. 204. $32.95. L’interessante volume è stato segnalato e recensito da Renzo Morera su “Acta” N° 65, di gennaio – marzo 2008. La feconda produzione di A. James Gregor è apprezzata negli ambienti scientifici di tutto il mondo per la ricchezza delle fonti, la minuziosità delle ricerche, l’onestà, l’obiettività delle conclusioni nonché per le sue folgoranti intuizioni. Il titolo del libro Phoenix (Fenice) ne sintetizza plasticamente il contenuto. Dopo aver studiato il fascismo nella sua attuazione storica, Gregor individua ora non solo i luoghi e i momenti in cui è rinato - novella Fenice – dalle proprie ceneri dopo la sconfitta del 1945, ma riesce ad enucleare quei tratti del fascismo che – per la loro vitalità – stanno dimostrando di essere idonei a dare valide risposte a certe vitali esigenze dell’epoca attuale. Il testo gode di una densa introduzione del prof. Alessandro Campi, docente dell’università di Perugia. L’Autore esamina nelle prime 26 pagine alcune categorie in cui il fascismo può essere inquadrato e le espone con obiettività. Particolarmente importanti sono i capitoli che, al di fuori e al di là della vulgata corrente, offrono al lettore utili chiavi di interpretazione per comprendere il fascismo e per capire ciò che il medesimo è stato nelle realtà. Dopo un’attenta analisi dei movimenti che – a diverso titolo – hanno costituito le radici culturali del fenomeno (nazionalismo, sindacalismo nazionale, futurismo), il Gregor identifica nel fascismo la sintesi di tali movimenti. Segue una complessa indagine dell’oggi dimenticato sindacalista rivoluzionario Roberto Michels di cui viene sottolineata la modernità del pensiero. A quella su Michels segue un’analisi altrettanto completa ed approfondita della filosofia di Giovanni Gentile e della sua incidenza sulla dottrina del fascismo italiano. Particolarmente pregnanti sono le osservazioni tra totalitarismo e corporativismo nonché su quelli tra marxismo, masse ed élites (pp. 97-101). Ma non solo il pensiero di Michels e di Gentile è oggetto dell’indagine del Gregor. Anche gli scritti di Sergio Panunzio vengono esaminati in profondità in quanto l’Autore li considera quali contributi imprescindibili qualora si intenda lavorare sulle nozioni di fascismo e di totalitarismo. Le pagine forse più affascinanti del volume sono quelle dedicate all’identificazione di elementi tipici del fascismo presenti nel nuovo nazionalismo russo (pp. 145-170) con interessanti riferimenti alle tendenze in corso in Cina. Dopo obiettive ricerche sul nesso esistente tra rivoluzione e crimini contro l’umanità. Ideologia e omicidi di massa, rivoluzione ed ideologia, l’Autore dedica i capitoli finali ad un’originale ed innovatrice riflessione su quale sarà il ruolo del fascismo nel nostro futuro e sul fascismo come, appunto, fenice risorgente dalle sue ceneri. Trattasi di uno studio la cui lettura è indispensabile per chiunque intenda esaminare in modo scientifico la realtà del fascismo nel passato, nel presente e soprattutto nel futuro.James Gregor conferenze presso UC Berkeley nel 2004James A. Gregor (nato il 2 aprile 1929) è un professore di scienze politiche presso l’Università della California, Berkeley ben noto per le sue opinioni sulle questioni di sicurezza e il fascismo.